Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina

La recente riscoperta dell’opera di Maria Messina ha portato alla luce i caratteri di una particolare formula stilistico-narrativa che attinge dal Verismo per descrivere la reale condizione della donna nella società borghese del primo Novecento. Nata nel 1887, Maria Messina dà voce al dramma di un universo femminile che si vede relegato ad uno stato di penosa segregazione e sottomissione, celato dietro all’ideale ottocentesco di angelo del focolare.

Il periodo in cui nascono gli scritti più significativi di Maria Messina è compreso fra il 1920 e il 1928: in questo momento della sua attività letteraria, tutte le istanze assorbite nel corso dei due decenni precedenti giungono alla loro completa maturazione. La risultante di questa evoluzione è un particolare “adattamento” del Verismo in cui la scrittura appare semplice, sommessa e fortemente autobiografica.

Nella prosa di Maria Messina, manca quel netto distacco psicologico che rappresenta il tratto più tipico dell’opera verghiana; la scrittrice, infatti, si ispira spesso al proprio vissuto per plasmare ambienti, vicende e personaggi. L’aderenza ai canoni veristi, inoltre, imponeva di imprimere alla narrazione un tono incisivo, con l’inserimento di termini e modi di dire tratti dalle parlate locali e con la descrizione di ambienti e comportamenti ben riferibili ad una determinata tipicità culturale.

In Maria Messina, al di là di una ben precisa scelta stilistica, l’assenza di questi elementi è coerente con i lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine, a dispetto di un profondo senso di appartenenza più volte dichiarato (nelle sue lettere, la Sicilia è definita “grande Madre lontana”). Originaria di Palermo, Maria Messina visse infatti la sua giovinezza spostandosi da una città all’altra a causa delle necessità lavorative del padre: abitò quindi con la famiglia in località diverse e spesso molto distanti fra loro, fra cui Messina, Ascoli Piceno, Arezzo, Napoli e Mistretta.

Agli anni giovanili (1909-1919) risale la sua lunga corrispondenza con il “maestro” Verga, destinata a lasciare un solco profondo sulla sua esperienza di donna e di letterata. L’autore dei Malavoglia non fu il suo unico contatto epistolare: esistono notizie di carteggi con Ada Negri, Giuseppe Antonio Borgese e l’editore Benporad, tramite i quali ella, probabilmente, conobbe le avanguardie letterarie dell’epoca . Oltre a mitigare la sua penosa condizione di isolamento, questi contatti la aiutarono ad assorbire elementi nuovi e più consoni alla sua personale scrittura “del vero” mirata al disvelamento dei soprusi, delle ipocrisie e degli abusi di cui era intrisa la vita femminile fra le pareti domestiche, “sepolcri imbiancati” di dolore e “non vita”.

Tutte le case “perbene” descritte da Maria Messina hanno dentro questo grigiore, questo perenne odore di fiori appassiti. Mistretta, nella quale l’autrice trascorre un periodo significativo della sua vita, è il luogo dove più spesso si svolgono le vicende dei suoi scritti. La società che vi è ritratta è quella alla quale lei stessa appartiene: il mondo della piccola borghesia provinciale, contraddistinto da tratti, comportamenti e valori che ritroviamo ovunque, in Sicilia come nel resto d’Italia.

E’ una società di facciata, dove ogni evento, anche il più insignificante, è costantemente sotto una lente d’ingrandimento ed è destinato ad ingigantirsi nella spirale del pettegolezzo; un universo chiuso e restio ad ogni cambiamento, dove ogni condotta deve conformarsi ad un rigido codice di regole e convenzioni. In questo contesto, la donna consuma fra le pareti domestiche un’esistenza incolore, nella quale la sottomissione ad una figura maschile rappresenta l’unica via per uno status rispettabile e legittimo.

Per focalizzare al massimo l’attenzione sui personaggi femminili e sulla loro reale condizione di “sconfitti”, Maria Messina scelse uno stile narrativo semplice che partiva dai moduli espressivi tipici del Verismo, di fatto ormai obsoleti ma molto più adeguati al fine che la sua scrittura si prefiggeva.

Nei romanzi di Maria Messina, il tema verghiano dei “vinti” racchiude in sé un germe di femminismo che, pur non confluendo in un’aperta ribellione, si esprime nella forte presa di coscienza dell’ingiustizia. Le donne messiniane soffrono profondamente nel vedersi rubata la vita, l’amore, la libertà di essere e di scegliere: allo stesso tempo, però, lasciano fare, rese incapaci da un sistema che le ha plasmate e al di fuori dal quale esse non saprebbero trovare una qualsiasi identità. Parallelamente, le loro vicende servono all’autrice per svelare la miseria morale di un’umanità che vive di apparenze, di menzogne e di pregiudizi; una società arida e impietosa dove tutto è codificato e dove perfino i sentimenti sono sacrificati alle regole della “rispettabilità” e del “decoro”.

Dopo un esordio di spiccata aderenza alle tematiche e ai canoni verghiani, la Messina finisce per immedesimarsi con i suoi personaggi, “tradendo” uno dei motivi chiave della tecnica veristica. Dalla raccolta di novelle “Pettini fini” (1909), fino al suo romanzo di maggior successo “La casa nel vicolo” (1921) e all’ultima opera “L’amore negato” (1928), scritta prima del definitivo sopravvento della sclerosi multipla, la scrittura di Maria Messina si snoda attraverso racconti brevi, romanzi e perfino fiabe per bambini dove in primo piano è sempre il mondo dei più deboli, dei poveri e degli sconfitti.

Nelle storie di donne, in particolare, il canovaccio seguito è simile in quasi tutti i casi: una svolta si inserisce improvvisamente in una quotidianità triste e ripetitiva, portando con sé la speranza (che si rivela poi del tutto illusoria) di una via d’uscita. Eppure, in “Casa paterna”, Maria Messina dà finalmente alla protagonista la possibilità di ribellarsi: Vanna, infatti, trova la sua via di fuga nel suicidio. L’autodistruzione, quindi, diventa l’unica rivalsa possibile in un mondo che non riconosce alcun diritto a vivere secondo le proprie inclinazioni.

Per la capacità di tratteggiare struggenti ritratti di figure femminili lasciando emergere la solitudine e la irrilevanza delle loro vite, la Messina è stata spesso accostata ad una sua grande contemporanea, la neozelandese Katerine Mansfield. Ciò che accomuna le due autrici è soprattutto il risalto dato alle “cosiddette piccole cose perché davvero tutto sia significativo”; in entrambe, l’intreccio narrativo è ridotto all’essenziale e la scrittura indugia sull’atmosfera, sui dettagli dell’ambiente e sugli stati d’animo per lasciar affiorare l’abissale distanza fra il mondo esterno e l’intima sofferenza delle coscienze. La psicologia è svelata da minuziose descrizioni di gesti e comportamenti. Il corpo diventa linguaggio: il disagio trapela da un tremito delle mani, dal pallore del viso, dal morso sulle labbra che soffoca le lacrime. In Maria Messina, inoltre, il frequente ricorso al discorso indiretto serve ad evidenziare il lavorìo sottile del pettegolezzo, in un crescendo sordido e distruttivo che isola la protagonista e la condanna.

Da qui scaturisce una delle tematiche più ricorrenti nell’opera della scrittrice, ovvero “l’impotenza”. Le sue donne non possono scegliere liberamente in quanto prive di cultura, affetti solidi e risorse finanziarie: di questa totale nullità esse vivono il peso come una colpa. Rese inutili dalla malattia, dall’invidia altrui o dalle strategie familiari, sono portate ad accettare il proprio destino perché “vinte” in partenza. L’intento di denuncia, qui, è indubbio: tuttavia, non consente di collocare Maria Messina tra le femministe dell’epoca. Esattamente come lei, le sue donne trovano la forza di guardare in faccia la propria condizione. Eppure, fra le sue righe non esiste possibilità di riscatto: i suoi personaggi soccombono all’infelicità e, dopo un breve palpito di speranza, si rassegnano. Tornano ad essere ombre, invisibili.

*

Donatella Pezzino

(Fonte: D.Pezzino, Tra Verismo e denuncia: le donne “invisibili” di Maria Messina”, su “Agorà” n.57 , Catania, Editorale Agorà, pp.44-47.)

Immagine da http://www.liberliber.it

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Dieci poesie di Sibilla Aleramo

Ritmo

Ritrovata adolescenza,
gioia del colore,
occhi verdi di sole sul greto,
scheggiato turchese immenso de l’onde,
biondezza di cirri e di rupi,
rosea gioia di tetti,
colore, ritmo,
come una bianconera rondine
l’anima ti solca.

*

Son tanto brava

Son tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad aver orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma, al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano: «Sera, sera dolce e mia!»
Sembrami d’aver fra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.

*

Nuda nel sole

Nuda nel sole
per te che dipingi sto immobile,
il seno soltanto ritmando
la vita gagliarda del cuore.
Come un cielo soave d’aurora
è per te questa mia forma lucente,
un prato un’acqua una solitaria fiorita di petali,
tralci di vigna in festività.
E adori, e fervente le dolci dita
su la tela conduci.
Nuda nel sole ed immobile,
frammento di natura,
ti miro orante ed oprante.
Da te invasa da te riassorbita,
sei tu che mi divinizzi
o la mia divinità è che ti crea,
artista, arte, spirito?
Tacitamente il seno respira.

*
Charità notturna

Chiarità notturna, volo d’ore bianche, disteso cielo,
tendo la mia mano che vi stringe, e v’offro, v’offro.
Ci veda qualcuno. Non me, ma sola la mia mano che vi tiene,
ore fruscianti, grande sereno, spiaggia d’astri.

*

Brucio la mia vita

S’io mi muovo, s’io mi sollevo,
tutto svanisce, tutto s’aggela.
Ma s’io resto così distesa,
gli occhi chiusi, le labbra aureolate di brace,
l’ardore della mia palma sul battito della mia gola,
io brucio la mia vita, brucio la mia vita,
il mio sangue si consuma nelle mie vene,
io sento che si consuma
solo nel ricordo d’un altro sangue,
d’una voluttà data e provata,
dell’amore lontano
che forse non ritroverò.

*

Morte, m’hai sentita?

Morte, m’hai sentita?
Nella notte ti ho invocata,
piangendo
e fors’anche ridendo
per sedurti t’ho chiamata,
ultima luce,
speranza di due braccia accoglienti,
un nome ancora da invocare,
morte, madre, sorella, amata,
una che mi prenda, una che mi voglia….
Ed eri lontana.
Bianca e bella s’io ti pensavo su altri reclina,
s’io t’imaginavo intenta a baciar altri,
altri certo non più di me dolenti,
oppur creature felici,
morte, m’hai sentita s’anche non sei accorsa?
Nessuno certo t’implorava quanto me,
o cara quanto fu cara la vita,
e tu chi sceglievi in vece mia?
Ma forse,
forse da lontano hai trasalito….
E ora non ti chiamo più.
Stormi mi ventano dietro la fronte,
aliante mondo inespresso del mio pensiero,
parole che furono visioni e ch’io ancora non dissi,
amore che tutti comprende i ruinati amori
e li risolleva….
Verità della mia vita,
incompiuta missione che nell’alba mi riappare,
ch’era il miracolo,
ed io forse l’ho tradita….
E forse, o morte, non venuta al mio richiamo delirante
mi raggiungerai nel fervore del ripreso canto,
troncherai nella mia gola il canto,
un giorno chiaro….
Ch’io mi rammenti allora,
ch’io mi rammenti
come eri bella,
come eri bella questa notte,
morte, su le fronti che invece di me baciavi.

*

Da Assisi

Sul colle una sta,
sola,
dinanzi a questo, nodo silente del mondo.
Vento scende verde d’argento.
Ode respiro d’assenti acque.
Cantici cari dissennati ascolta,
di sorrisi sorgivi, di baci ariosi,
volatili delizie,
e le tiene, quasi creature in grappolo,
sola ne lo svariar de le luci,
fra le braccia o tra l’ali,
rondine e sorella,
che nulla si sperda di nessuna primavera.

*

In quest’alba

In quest’alba,
ricche le vene di melodia e dolenti,
che tutti aduno e mesco i desideri eterni,
uno,
d’una rosa bianca sul cespo,
solo m’avanza incontro al giorno,
e il giorno è di gennaio,
oh giardino che non vedrò!

*

Anche quest’ore

Passeran quest’ore di spasimo
come passarono le mille di gioia.
O fiore che avrei voluto soltanto baciare,
o petto dolce dove imploravo festosamente la morte,
ma quest’ore che vivo di strazio
son più generose ancora
dell’altre gridanti felicità.
Mi tendo a te che ho colpito,
da lontano mi tendo
più pulsante di quando ridevamo nudi nel sole,
la fronte più affocata, insaziata.
Dono d’angoscia gemente
che pur anche si dissolverà,
lungo di febbre ansito verso la tua pena….
Tutti i miei capelli per addormirti da lungi!

*

Una risata

Una risata.
Forse un giorno
la sentirò prorompermi dalla gola:
giorno di gran sole,
risata sopra il mondo,
e poi
due braccia
che mi sollevino ansante
verso la prima stella della sera.

*

Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) nacque ad Alessandria il 14 agosto 1876. Trascorse un’adolescenza molto triste a causa della malattia mentale della madre; ancora giovanissima, fu costretta ad un matrimonio “riparatore” con un collega di lavoro che l’aveva violentata. La nascita del figlio Walter (1895) sembrò portare un soffio di gioia nella sua infelice vita coniugale; tuttavia, non bastò a riempire i vuoti della sua esistenza. Dopo un tentativo di suicidio, Rina cominciò a cimentarsi nella scrittura, nella quale trovò, oltre alla sua vocazione, anche il riscatto dall’esistenza gretta e stereotipata a cui le convenzioni sociali l’avevano sempre costretta.

Su varie riviste – come Gazzetta letteraria, L’Indipendente, Vita modernaVita internazionale – pubblicò soprattutto articoli di argomento femminista e socialista: questo suo impegno la portò ad avvicinarsi a Giorgina Craufurd Saffi, con la quale tenne una fitta corrispondenza. Punti nodali del suo impegno per l’emancipazione femminile furono la lotta contro la prostituzione e la campagna per il diritto di voto alle donne; si attivò, in tal senso, per promuovere manifestazioni, sezioni di movimenti femminili ed altre iniziative. Diresse inoltre il settimanale milanese L’Italia femminile, nel quale tenne una rubrica di discussione con le lettrici e ricercò la collaborazione di intellettuali progressisti come Giovanni Cena, Maria Montessori, Ada Negri e Matilde Serao; nello stesso periodo conobbe Anna Kuliscioff e Filippo Turati.

Nel 1901 le tensioni familiari, ormai divenute insostenibili, la spinsero ad abbandonare il marito e il figlio. L’anno successivo si trasferì a Roma, dove si legò sentimentalmente a Giovanni Cena e cominciò a collaborare con la Nuova Antologia. Nel 1906 diede alle stampe il suo romanzo autobiografico Una donna, nel quale descrisse minutamente il suo difficile percorso di vita dall’infanzia fino alla rottura del matrimonio. L’opera mirava ad affermare il diritto di tutte le donne ad una vita libera e consapevole, contro le costrizioni e le umiliazioni imposte dall’ideologia del sacrificio, uno dei valori-cardine della società borghese dell’epoca. In quell’occasione, fu proprio Cena a suggerirle lo pseudonimo Sibilla Aleramo, che sarebbe poi diventato il suo nome nell’arte e nella vita.

Il successo del libro concise con un profondo cambiamento nell’autrice, che rivide progressivamente le sue posizioni sul femminismo. Più che sulla parità fra i sessi, infatti, il suo impegno si concentrò da quel momento in poi sulla rivendicazione e sull’espressione della diversità femminile.

Dopo la fine della relazione con Cena, Sibilla cominciò a condurre una vita errabonda e bohémien; si avvicinò al Movimento Futurista, nonché ad altre avanguardie artistiche e letterarie. Destarono scandalo le sue numerose relazioni amorose; una delle più complesse, quella con Dino Campana, incontrato durante la prima guerra mondiale. Indipendente e anticonformista, Sibilla sfidò non solo la società perbenista del tempo, ma anche molti ambienti intellettuali, che la tennero in dispregio per i suoi costumi sessuali eccessivamente disinvolti.

Nel 1936 sembrò trovare un punto di riferimento stabile in un giovane studente, a cui restò legata per un decennio. Nel secondo dopoguerra, si iscrisse al Partito Comunista Italiano e svolse un’intensa attività politica e sociale, collaborando, fra l’altro, all’Unità e alla rivista Noi donne. Morì a Roma il 13 gennaio del 1960, dopo una lunga malattia.

Sibilla Aleramo ci ha lasciato una ricca produzione letteraria tra romanzi, liriche, collaborazioni giornalistiche e diari. Tra gli scritti di maggior spicco, oltre al già citato Una donna, i romanzi Il passaggio (1919) e Il Frustino (1932), le raccolte poetiche Momenti (1921), Selva d’Amore (1947) e Luci della mia sera (1956). La sua figura di donna e di artista ha impresso solchi profondi nella cultura e nella memoria: lo testimoniano non solo le tante strade intitolate a suo nome in tutto il territorio italiano, ma anche l’interesse che la sua vicenda ha saputo ispirare a critici, studiosi, scrittori e artisti. Grande, in particolare, è stata nei suoi riguardi l’attenzione del cinema italiano, attraverso le due pellicole Inganni (1985) e Un viaggio chiamato amore (2002).

Le dieci poesie proposte sono tratte da Momenti, prima opera in versi della Aleramo. L’anelito alla libertà vi si esprime in uno stile innovativo, essenziale e nondimeno elegante, che intreccia in modo singolare carnalità e lirismo: una poesia di immagini, tutta fuoco e immediatezza, nella quale elementi del tardo Romanticismo, del Decadentismo e della Scapigliatura  vengono rielaborati alla luce della nuova coscienza femminista e antiborghese. Vi si avverte la propensione dell’autrice nei confronti delle avanguardie letterarie, che l’eterogeneità dei temi e la rottura con gli schemi tradizionali della metrica e del verso rendevano congeniali alla sua sensibilità nervosa e al suo anticonformismo.

Donatella Pezzino

Fonti:

– http://www.italialibri.net
– Wikipedia
– Sibilla Aleramo, Momenti, Firenze, Bemporad & figlio, 1921.

Dieci poesie di Lina Cattermole (Contessa Lara)

Di notte

Luna, un tuo raggio bianco
Ricama, argenteo filo, il mio giaciglio,
Dove inquieto volgesi
Di dolore in dolore il corpo stanco
E cerca sogni il ciglio.

Un buio folto e nero
Ingombra il resto de la stanza: ed io
Qui medito e fantastico
Su questo fil di luce e quel mistero;
Luna, è il costume mio.

D’ogni cosa le forme
La notte avvolge, in terra, in ciel, ne’l core;
E se un raggio ne illumina
Non bacia che le coltri ove si dorme,
Dove s’ama e si muore.

*

Impressione

Nella sala da pranzo ampia e fiorita
D’antichi arazzi, il sol s’indugia un poco
In una lista d’oro scolorita,
Mentre scoppietta nel camin il fuoco.
E’ un tramonto d’inverno. Ecco la vita.
Ecco quale vorrei che a poco a poco
Mi fuggisse dagli occhi, scolorita;
Mentre in una quiete ampia e fiorita
Gli ultimi sprazzi ancòr mandasse il fuoco.

*

Desiderio

O povere mie carte, e resterete
Con secchi fiori e ciocche di capelli,
Rinchiuse entro uno stipo, in fra segrete
Ricordanze de’ miei giorni più belli!

Non è per voi di gloria avida sete
Il duol che fa che in pianto io vi favelli,
Io che sol chiedo a l’arte intime e liete
Larve onde il ver per poco si cancelli.

Ma egli è il desio d’una manaccia bianca
Che vi scompigli un dì, ne la parola
Cercando questa offesa anima stanca:

La man che chiude gli occhi e che consola
Quando la vita ne la madre manca.
Voi, carte, ingiallirete, io morrò sola.

*

Alba

Apro i vetri e respiro. Appar l’aurora
Tremolando de’ monti in su la cresta;
Cupo è il verde de i boschi, e non ancora
De’l sole a’l bacio la natura è desta.

Fu lunga e tetra la mia notte, ed ora
Che l’alba sorge vaporosa e mesta,
Co’l tedio che in me vive e mi divora,
Chiedo qual nuova lotta il dì m’appresta.

Ahi, non gioie d’amor né sogni d’arte
Che m’assentano l’estasi o l’oblio,
Che m’infiammino il sangue od il pensiero!

Ma quando il sol da i nostri occhi si parte,
Verrò pace chiamando, angelo mio,
Là dove dormi tu ne’l cimitero.

*

Sgomberatura

Tutto è sossopra. Ritta in su la porta,
A mano a man che un mobile si cava,
Se qualche intima storia in sé celava
Io la ritesso, ne’ miei sogni assorta.

Un ricordo d’amor là si trasporta,
Qui è la poltrona de la mia dolce ava;
E addio, casetta quieta ov’ei m’amava,
Addio, povera stanza ov’ella è morta!

Poco vale per me che il nuovo tetto
Dove a posarmi andrò, rondine stanca,
Sia profumato, elegante, gentile.

Piangerò sempre, ovunque avrò ricetto,
Que’ neri occhioni, quella testa bianca,
E il mio nido di questo ultimo aprile.

*

In strada ferrata

Spinto da un invisibile titano
Il treno fugge. In vorticosa danza
Gli sfilano da i lati, in mezzo a’l grano,
Alberi di fantastica sembianza,

Merlate mura in aspro asil montano,
Ville, nidi d’amori e d’eleganza,
E a tratto a tratto per l’immenso piano
Ruderi d’acquedotti in lontananza.

Fugge; e tanta con sé gente trascina
Estranea, varia, arsa da febbri ignote.
Io guardo con invidia una cascina

Bianca, tra un folto pergolato, bassa:
Co’ polli e i bimbi che neppur riscote
Quella chimera che sbuffando passa.

*

Mattino

Già sento ne le case dirimpetto
I bimbi prepararsi per le scuole,
Poi l’ortolano: cavoli e viole
Rauco bociar co’l solito carretto.

Qui dentro, fra le tende di merletto,
Fa capolino, ancor bianchiccio, il sole,
E l’ombra annienta ov’eran sogni e fole
Con la sua luce cruda. Io sono in letto,

Stesa e immota così, che da la porta
Se alcun guardasse ne la stanza mia,
Mi crederebbe irrigidita e morta.

Ahi, morta, no. Ma mentre ascolto intorno
Questa usual monotona armonia,
Tardo alcun poco ad affrontare il giorno.

*

Vendita

Ieri a quell’Asta pubblica, fra tante
Cose belle che m’hanno innamorata,
Specchi, merletti, arazzi, uccelli e piante,
Ho scelto una poltrona ricamata.

Apparteneva a una donna elegante,
Che la trapunse con la man di fata:
Angelo malinconico e baccante
Che a vent’anni a la fossa hanno portata.

Ora il mobile è qui, strano contrasto!
Fra le pareti ov’io sogno e lavoro,
Avanzo d’un disperso ibrido fasto;

Qui che mi parla in delicato senso
Di quella morta da i capelli d’oro,
Cui sola, forse, con tristezza io penso.

*

La parola della nonna

Dolce e lento è il suo dire. Ella s’illude
Di riveder mia madre in altra sfera,
E come l’angel che la via ne schiude
La morte attende, e ne la morte spera.

Un culto suo che il fanatismo esclude,
Intatto serba in questa tarda sera;
E affronta ancor le sue lotte più crude
Con un segno di croce e una preghiera.

Me il dubbio accerchia; ma la guardo, e parmi
Sentir da lungi un organo di chiesa
Poetiche leggende a susurrarmi.

Tanto che de i filosofi la scuola
De’l freddo vero a la conquista intesa,
Tutta darei per una sua parola.

*

Gioielli

Se talvolta, pensosa, ad uno ad uno
Tolgo da’l vecchio scrigno i miei gioielli,
Vedo che sono troppo ricchi e belli
Né si addicono a questo abito bruno.

E ricordando il tempo in che ciascuno
Mi brillava su’l petto o fra i capelli,
Sogno una bimba che mi rinnovelli:
E tutti in questo i desidèri aduno.

Sogno una dolce bionda a cui le storie
Dir de’ vent’anni ed il femmineo vanto
D’illeggiadrirsi e riportar vittorie.

Sogno! Ma invece, a’l Monte od a l’Incanto
Saran vendute, povere memorie,
Per comprarmi due zolle in camposanto.

*

Eva Giovanna Antonietta Cattermole, conosciuta come Evelina o Lina Cattermole e ancor più con lo pseudonimo di Contessa Lara, nacque a Firenze il 26 ottobre del 1849. Il padre Guglielmo, professore d’inglese, era scozzese; la madre Elisa Sandusch, affermata pianista, era russa. Il singolare connubio di due temperamenti tanto diversi e il clima culturale che si respirava in casa Cattermole (oltre alla madre, diversi componenti della famiglia furono musicisti e compositori) diedero al carattere di Evelina una sensibilità singolare che, unita ad un’indole spontanea e passionale, la portò spesso ad agire in modo incauto e nel totale sprezzo delle convenzioni sociali.

D’altra parte, per gli stessi motivi, l’ambiente domestico era anche molto ricco di stimoli culturali: ciò fece emergere nella giovanissima Evelina doti di apprendimento non comuni ed ella, fin da bambina, fu molto precoce nell’imparare diverse discipline, dalla musica alle lingue straniere. Studiò a Parigi, all’Istituto Sacre Coeur. Ebbe una maestra di italiano illustre: Marianna Giarrè Billi, nota poetessa fiorentina amica di Pietro Giannone, Aleardo Aleardi, Niccolò Tommaseo e Giosuè Carducci.

L’esordio da poetessa – come raccontò la stessa autrice – avvenne con alcuni versi scritti per accompagnare un mazzo di fiori per la madre. Seguì, nel 1867, una prima raccolta intitolata Canti e ghirlande, pubblicata con l’editore Cellini di Firenze: nelle poesie, tutte occasionali e di maniera, i toni ingenui dovuti all’immaturità artistica si associavano ad una pedissequa dipendenza dai moduli espressivi del Prati e dell’Aleardi. L’opera, a parte alcune stroncature, passò quindi quasi inosservata.

Bella, colta e raffinata, la poetessa cominciò a condurre vita mondana e salottiera, frequentando i circoli letterari più in vista di Firenze. Proprio in uno di questi salotti, tenuto dalla nobildonna Laura Mancini Oliva, Evelina conobbe il giovane tenente dei bersaglieri Francesco Eugenio Mancini, che sposò nel 1871. Dopo un breve periodo trascorso a Roma e a Napoli, la coppia si trasferì a Milano. Qui, le frequentazioni culturali di Evelina si intensificarono: assidua presenza nel salotto dei Maffei, seguiva anche i circoli della Scapigliatura, intrattenendo rapporti di stima e di amicizia con vari letterati del calibro di Arrigo Boito ed Emilio Praga; teneva anche un salotto tutto suo. La sua bellezza attirava ammiratori e corteggiatori; l’unico che le dedicava scarsa attenzione era proprio il marito, più interessato alle donne di teatro e al gioco d’azzardo.

Dall’infelicità coniugale all’infedeltà il passo fu breve: Lina si legò ad un giovane veneziano, Giuseppe Bennati Baylon, del quale divenne l’amante. Scoperto l’ adulterio, Mancini, come voleva il costume dell’epoca, sfidò Baylon a duello, e lo uccise (1875). Chiese poi la separazione e cacciò la moglie di casa. Evelina, travolta dallo scandalo, dovette abbandonare Milano; perfino la sua famiglia d’origine, non perdonandole il suo errore, le chiuse la porta in faccia. Tuttavia, non sapendo dove andare, l’autrice tornò ugualmente a Firenze, dove visse per qualche tempo in ristrettezze economiche, abitando prima in camera ammobiliata e poi in casa di sua nonna.

Molto provata, visse per alcuni mesi completamente isolata; poi, piano piano, tornò in società, incoraggiata anche da un miglioramento delle sue relazioni familiari. Conobbe Mario Rapisardi, con il quale intrattenne una relazione molto chiacchierata. Che i due fossero amanti è sostenuto da diverse voci vicine al poeta; sembrerebbe inoltre confermato da questa lettera che lui le inviò nell’ottobre del 1876:

Carolina cambia cambia….

L’ho sentita or ora, proprio al momento che finisco di leggere la vostra lettera. E’ strano! Mi pare impossibile che voi non siate qui. C’è tanto di, voi in questo benedetto paese! A ogni svolto di cantonata dico fra me: ora incontrerò la mia Linuccia! Ci son tante che vestono come voi. Ma che! nessuna, nessuna vi somiglia. E questo mi piace. Se ci fosse una donna che osasse somigliarvi anche poco, anche da lontano, io vi vorrei meno bene.
Stamane verso le sei, Milano era tutta avvolta nella nebbia. Il Duomo era meraviglioso; le sue fantastiche guglie si confondevano col cielo. Quante volte l’avrete vedute così e vi sarà parso di volare, di volare, malinconica Peri, sostenuta dalle ale di un angelo o dell’amore, e d’immergervi nella infinita voluttà della luce, e sparire in un raggio di sole! Io vi ho dinanzi a questo eterno conquistatore dell’anima che si chiama l’Amore. Ho inclinato la fronte dinanzi a lui, e ho ripetuto piangendo il suo nome.

Ma in un’altra lettera, datata 1885, il vate catanese mette così fine alla relazione:

Oh dignitosa coscienza e netta! Se mi avessi scritto “Imbastisco il mio millesimo amore e sono a’ comandi del tal dei tali” ti disprezzerei meno. Addio.

La fine della storia col Rapisardi coincise con l’arrivo del successo: Evelina attirò l’attenzione del mondo letterario del tempo, sia per la fama della sua bellezza che per l’interesse suscitato dalla sua scrittura. Tra il 1884 e il 1895 collaborò con diverse riviste, fra cui il Fanfulla della Domenica, Il Fieramosca, il Corriere del Mattino, il Fracassa, l’Illustrazione italiana dei Fratelli Treves; compose e pubblicò un gran numero di opere, dalle raccolte di liriche Nuovi Versi e E ancora Versi ai vari racconti e romanzi destinati ad incontrare un grande favore di pubblico (Così èL’innamorataNovelle di NataleIl romanzo della bambolaStorie d’amore e di dolore). Alle soddisfazioni professionali, purtroppo, non fece riscontro una vita privata felice: costantemente bisognosa d’amore e desiderosa di formare una famiglia, la scrittrice sperimentò una delusione dietro l’altra. Unica eccezione, il legame con Giovanni Alfredo Cesareo, vissuto da Evelina come un matrimonio vero e proprio, ma destinato a non durare. La relazione si interruppe nel 1894 lasciando la donna stanca e svuotata.

L’anno successivo, la Cattermole si legò a Giuseppe Pierantoni, pittore povero e di scarso talento, che si rivelò ben presto l’errore più grave della sua vita: l’uomo, infatti, voleva solo sfruttarla economicamente per condurre una vita comoda senza lavorare. Accortasi delle sue intenzioni, Evelina tentò quindi di troncare la relazione ma lui, non accettando di essere lasciato, prese a perseguitarla; alla fine, le sparò all’addome. La morte fu lenta e atroce: Evelina agonizzò per molte ore, anche perché i soccorsi non furono immediati. Era il 30 novembre del 1896. L’ assassino, dopo un lungo processo, fu condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione. Dopo la sua morte, la figura della Contessa Lara fu ammantata dall’aura di tragedia e di scandalo che le sue vicende avevano lasciato nell’immaginario collettivo e che gli editori seppero abilmente sfruttare: ciò si ripercosse negativamente sulla fama dei suoi scritti, considerati per molto tempo come opere di serie B.

Eppure, l’atmosfera di malinconico languore che pervade i suoi versi e le sue narrazioni, resa in uno stile che ha la finezza di una cesellatura, ha in sé un’armonia semplice, calda e genuina capace di incantare anche il lettore di oggi. Elegante, ma allo stesso tempo mai ampollosa o pretenziosa, la scrittura di Contessa Lara merita assolutamente una riscoperta.

Ciò è vero soprattutto per la sua poesia, tutta intessuta di echi tardoromantici e sensibile alle nuove istanze della Scapigliatura, nonchè personalissimo scrigno di affetti familiari, di care voci perdute, di piccoli e grandi drammi quotidiani nei quali il protagonista è sempre lui: il cuore di Evelina, tormentato e affamato di dolcezza, alla ricerca continua di una pace che sembra possibile solo nell’oblio.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
– Wikisource
– Contessa Lara, Versi, Sommaruga, Roma, 1883

Dieci poesie di Ada Negri

Pensiero d’autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piú alto ramo.
Tremano, sí, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo, per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’un mite aurora.
Fa ch’io mi stacchi dal piú alto ramo
di mia vita, cosí, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.

*

Il risveglio

Senza sonno la notte e senza pace
fu. Pulsava alle tempie, ai polsi il sangue
torbido, in colpi sordi; e mi parea
rispondesse al mugghiar cupo del mare.
E tra il mugghio del mare e il martellìo
del sangue il mio dolor con le memorie
più fonde in cuor si rinnovava, tutta
addentandomi dentro: ero soltanto
quel dolor, quel dolore; e il resto nulla.
Ma venne, a un tratto, verso l’alba, il sonno.
Breve esso fu, come una morte breve;
e mi svegliai che il sol, già alto, in fasci
di raggi entrava dal quadrato azzurro
della finestra. Vi balzai. M’immersi
nella luce, non più vita pensante,
ma solo vita: bevvi la freschezza
del mattino nel salso odor del mare,
mare e cielo divenni, e immenso riso
senza memoria.

*

Orgoglio

Soffri in silenzio. Non chiamar nessuno
a numerar le lacrime degli occhi
tuoi. Sia pur grave il colpo che ti tocchi,
chieder coraggio ad altri è inopportuno.

Conta nel tuo segreto ad uno ad uno,
se vuoi, curva e prostrata sui ginocchi,
i singhiozzi del cor—ma non trabocchi
la piena mai, per la pietà d’alcuno.

È un’orribile cosa esser compianti.
Conquista in te, con la tua forza sola
di volontà, l’oblio del tuo cordoglio.

T’insegnerò, per disseccare i pianti
fiacchi e cangiarli in riso entro la gola,
un peccato magnifico: l’Orgoglio. Continua a leggere

Dieci poesie di Amalia Guglielminetti

Una voce

Una voce nell’ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d’una cosa
tangibile. Non s’ode e non s’ascolta,

ma sul cuor che l’accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una come,
quando langue, le sue foglie una rosa.

Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d’un bacio non osato fra le chiome.

E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l’assale
sembra il principio dolce dell’amore

ed è l’inizio acerbo del suo male.

*

Le seduzioni

Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce
e comprende ogni grazia di parola
vive di tutto ciò che la seduce.

Io vado attenta, perchè vado sola,
e il mio sogno che sa goder di tutto,
se sono un poco triste mi consola.

In succo io ho spremuto ogni buon frutto,
ma non mi volli sazïare e ancora
nessun mio desiderio andò distrutto.

Perciò, pronta al fervor, l’anima adora
per la sua gioia, senza attender doni,
e come un razzo in ciel notturno ogni ora

mi sboccia un riso di seduzïoni.

*

Vortice

Noi ci fissammo, con un folgorio
d’occhi tenace. Io so che in quel momento
il cuore ti tremò del tremor mio.

Eravamo seduti con il mento
nella mano, in un’ombra di veranda,
in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.

Rammento che giungeva a ondate, blanda,
una lontana musica e che spesso
ripeteva un motivo di domanda.

A un tratto ci trovammo così presso
da provarne vertigini, e smarriti
impallidimmo del pallore stesso

come su un buio vortice che inviti.

*

Pallore

Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s’accenda mai.

Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
– oh così forte! – sotto la tua mano.

Ma goda o soffra l’anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.

Quanto più sfatta io piego su me stessa,
più s’impietra la maschera del volto.
Ma quando cedo dall’angoscia oppressa,

piango non vista il mio pianto raccolto.

*

L’etèra

Io t’ho seguita, sotto i primi lumi
rossastri d’una sera cittadina,
pallida etèra grave di profumi.

E parvi la falena che s’ostina
intorno ad una lampada notturna,
sempre più attratta e sempre più vicina.

Curiosità di male, taciturna,
mi trascinò nell’orbita di quella
ch’era del male più goduto l’urna.

Colei che attira asseta arde e flagella,
l’ombre accendeva di sua rossa chioma,
e molle andando, alla falena snella

vampava della sua carne l’aroma.

*

Asprezze

Aspra son io come quel vento vivo
di marzo, il quale par crudo di geli
ma discioglie la neve su pel clivo.

Vento di marzo che agita gli steli
pigri, scopre vïole in mezzo all’erba,
scompiglia erranti nuvole pei cieli.

Asprigna io sono e rido un poco acerba.
Mordere più che accarezzar mi piace
ed apparir più che non sia superba.

Come il vento di marzo io non do pace.
Godo sferzare ogni anima sopita,
e trarne l’ire a un impeto vivace

per sentirla vibrar fra le mie dita.

*

La solitudine

Siamo soli nel mondo: ciascun vive in mezzo a un deserto.
Nulla per noi è certo fuorchè questo vuoto profondo.

E i contigüi casi degli uomini, e i sogni e le cose
son come ombre fumose vanenti su torbidi occasi.

Talvolta amor mezzano avvicina due solitari,
li illude un’ora e ignari e ignoti li avventa lontano.

Ciascun ch’ami il suo orgoglio la sua verità o il suo errore
è un mesto viaggiatore superstite sopra uno scoglio.

S’illude egli alle prime carezze dell’onde e del vento,
ma tosto lo sgomento dello spazio enorme l’opprime.

Né v’ha cosa più triste della non colmabil lacuna,
dell’ombra che s’aduna fosca fra chi esiste e chi esiste.

*

Sera di vento

Dolce salire nella chiara sera,
sola col vento che m’abbraccia, folle
più d’ogni amor, la strada erta del colle
fra un presagio lontan di primavera.

Dolce, s’io pur di un’ironia leggiera
mi punga, come chi desto da un molle
sogno, se quasi già doler si volle,
ride di sua stoltezza passeggiera.

O breve inganno, io ben di te mi spoglio.
Fatta serena, del destino il gioco
senza umiltà io seguo e senza orgoglio.

Ma mi figuro d’avanzar guardinga
e curiosa, per gioir fra poco
d’altra menzogna bella di lusinga.

*

La malinconia

Dentro le vene la malinconia
s’insinua, ed è un morbo sonnolento
cui giova non trovar medicamento,
uno stupor di morbida follìa.

Il desiderio più tenace svia,
smemora del più intenso sentimento,
quasi vapori un greve incantamento
d’oppio, in cui goda più chi più s’oblìa.

Essa è come un giaciglio, ove un’inerte
stanchezza ci abbandoni svigorite,
con le treccie disciolte e a braccia aperte.

Ed ha il torpor d’alcune notti estive,
in cui ci s’addormenta indolenzite
dallo spasimo oscuro d’esser vive.

*

L’antico pianto

Quindi prosegua per cammini ombrosi,
a fior di labbro modulando un canto
che per me l’altra notte mi composi.

Poichè talor non piango io il mio pianto,
lo canto, e qualche mia triste canzone
fu come il sangue del mio cuore infranto.

Tempo fu che le mie forze più buone
stremai in canti a’ piedi d’un Signore
che m’arse di ben vana passïone.

Io piangevo così note d’amore,
come la cieca in sul quadrivio, volta
al sole, canta il suo buio dolore

e non s’avvede che nessun l’ascolta.

*
Amalia Guglielminetti, poetessa e scrittrice, nacque a Torino nel 1881. Appartenente alla piccola borghesia industriale, ricevette un’educazione rigidamente cattolica per volere del nonno, uomo dai costumi molto austeri e acceso clericale.

La prima collaborazione letteraria di Amalia risale al 1901, quando iniziò a pubblicare le sue poesie sul supplemento domenicale della “Gazzetta del popolo”. Erano versi scolastici e di maniera, nei quali l’autrice non aveva ancora maturato moduli espressivi propri e originali; in tal senso bisognerà attendere il 1907, anno della pubblicazione di “Le vergini folli”. La silloge fu molto ben accolta dal pubblico e soprattutto dalla critica: Arturo Graf ne lodò l’impronta innovativa e il felice connubio di spontaneità e qualità; Dino Mantovani paragonò Amalia a Saffo e a Gaspara Stampa. Più sottile fu il giudizio di Guido Gozzano (con cui la poetessa ebbe una intensa relazione amorosa), che ravvisò nell’opera una sensibile dipendenza dai canoni dannunziani e l’espressione di un’anima “un poco amara, un poco inferma”.

Nella poesia di Amalia, infatti, c’è una malinconia soffusa, come un alone di nebbia che ammanta ogni cosa. Perfino guardando la bellezza di un fiore, i suoi occhi la vedono già appassita; quasi come se l’anima, ormai ammalata di disinganno, non sapesse fare a meno di strappare il velo e guardare oltre, per cogliere tutto il male che si cela dietro gli incanti e le dolcezze.

Con gli anni, la sua scrittura si svincolò progressivamente dalle influenze dannunziane, acquistando in forza e profondità; i versi si fecero più concisi, lo stile più essenziale, l’uso degli aggettivi sempre più limitato. Negli anni Trenta, Amalia fu per qualche tempo a Roma, dove tentò la via del giornalismo ma senza il successo sperato.

Nel 1937 tornò nella sua città natale, dove visse in solitudine gli ultimi anni della sua vita. Nel 1941, durante un bombardamento, cadde dalle scale mentre correva al rifugio antiaereo, procurandosi una brutta ferita che causò la sua morte per setticemia. E’ sepolta al Cimitero Monumentale di Torino.

Ha lasciato diverse opere degne di interesse fra raccolte poetiche, fiabe, romanzi e lavori teatrali. Di recente, la casa editrice Bietti ha ripubblicato le sue poesie e gli scambi epistolari con Guido Gozzano, di cui sono state successivamente realizzate anche versioni digitali.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Amalia Guglielminetti, Le vergini folli, Torino-Roma, Società Tip. Ed. Nazionale, 1907
– Amalia Guglielminetti, Le seduzioni, Torino, S. Lattes e C., 1909
– Amalia Guglielminetti, I serpenti di Medusa, Milano, La Prora, 1934

Immagine da: Wikipedia (Di sconosciuto – Marcello Vannucci, Il mondo era in città: mezzo secolo in posa, Milano, Longanesi, 1977, p. 139, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71305893)

Dieci poesie di Giannina Milli

Un desiderio

Vorrei col vol dell’aquila
Levar lo spirto anelo
A spaziar pe’ lucidi
Campi del vasto cielo;
Libera al par dell’aria,
Un solo istante almen,
Vorrei slanciarmi a vivere
Dell’infinito in sen!

Se in una stella scegliere
Dovessi mai dimora,
Non sceglierei la splendida
Foriera dell’aurora;
Ma in grembo a un astro, incognito
Al mortal guardo ancor,
Vorrei romita accogliermi,
Vivervi ascosa ognor.

*

Romanza

E’ ver, doglioso e mesto è il canto
Che a me sul labbro sospinge il cor;
Una inesausta vena di pianto
De’ più begli anni m’attrista il fior.

Par, se mi chiedi da che deriva
Quello che m’ange crudo martir,
Dirò che ho pena segreta e viva,
Ma perché peno, io non so dir.

Perché sospira chiedi a l’auretta,
E perché mormora chiedi al ruscel,
Chiedi a che geme la colombetta
Mentre ha d’appresso il suo fedel.

Ch’è in lor natura, risponderanno,
Spirare, gemere e mormorar;
Così i miei versi altro non hanno
Senso gradito, che il lamentar.

*

Il mattino

Allor che il lume della bionda aurora
La tranquilla rischiara aria serena,
Di un verde colle sull’altura amena
Sola co’ miei pensier traggo talora.

E come veggio tutta emerger fuora
Da rosea nebbia l’incantevol scena,
Cui fa specchio la pura onda tirrena
Lieve increspata dalla placid’ora;

In un mar di dolcezza indefinita
S’immerge la commossa anima, e oblia
Tutte le cure della stanca vita.

E a te, cara e gentil Napoli mia,
Cui fu tanta beltà da Dio largita,
Un saluto di amor per me s’invia.

*

La quarta rosa

Tre rose io m’ebbi, tre pudiche rose
Conforto e premio alla difficil via,
E dissi al fato: or più dilette cose
Dai non puoi né più sacre all’alma mia.

Ma qual pregio, o gentil tra le vezzose
Che l’odorata aura di maggio aprìa,
Qual altro pregio il cielo in te ripose
Poi che il vate d’Arnaldo a me t’invia!

Oh no! non urna preziosa tanto
Che di te degna sia, possiedo, o fiore,
Ch’io bacio e spargo di devoto pianto.
Ma qui starai, qui, sull’ardente core;
E tu v’addoppia, se t’è dato, il santo
Foco dell’arte e il cittadino amore.

*

A Milano
Nel giugno 1859

E fia pur ver che l’aborrito estrano,
Percosso il sen da subita paura,
Volse le spalle alle tue sacre mura
Novellamente, o mia gentil Milano?

E fia pur vero che al leal Sovrano
Che il gran riscatto in suo valor matura,
Spoglia d’ogni rival discorde cura,
Recasti il fren delle tue sorti in mano?

Benedetta sii tu, che generosa
Prima ripudii le gare meschine
Che diviser la patria dolorosa!

Benedetta sii tu, che dài primiera
Il grande esempio alle Città latine
Di quel che Italia, in lor mirando, spera!

*

Da “Ciò che amo”

Amo l’albe serene e i tramonti,
E le notti dall’umido velo,
Amo i monti coperti di gelo,
E le valli olezzanti di fior.

Amo i boschi dall’ombra conserta,
Caro asil di quiete profonda;
Amo il mare, o flagelli la sponda,
O sia specchio all’azzurro del ciel.

Amo il rio, che qual striscia d’argento
Lambe, appena scorrendo, la ripa;
Amo il fiume, che gonfio traripa,
Come popol che il freno spezzò.

Amo i fiori, gli augelli, le stelle,
E gli amici, e i parenti, e un cortese
Angiol mesto, che forma sol prese
dai fantasmi dell’ansio pensier.

*

Da “L’iride”

Per ogni cosa vaga e gentile
Ha un suono il verso che diemmi il Ciel:
Io canto l’aura del nuovo aprile,
E i fior’ dischiusi in su lo stel.

Canto del mare l’onda tranquilla,
Ed il sospiro d’un vergin cor;
Canto la sacra devota squilla,
E la preghiera del viator.

E fino allora che più su l’alma
Del duolo il pondo sento aggravar,
Canto: succedere dovrà la calma
De la tempesta al furiar.

E a te, leggiadro arco celeste,
che l’etra abbelli co’ tuoi color’,
ora a te volgo le rime meste
Ne l’improviso de l’estro ardor:

A te, che simile a un invocato
Riso, che al pianto succeder suol,
Fra rotte nubi nel ciel turbato
Nunzio apparisci che torna il sol.

Di spirti eterei stuolo infinito
Lungo la tua curva talor
Mostrasi al mio sguardo, rapito
Ne’ la vaghezza de’ tuoi color’.

*

Da “Raffaello e Bellini”

A te men fausto, Cigno Sicano,
Ne l’ore estreme parve il destin;
Fra stranie genti, in suolo estrano
fornisti il breve mortal cammin.

Plaudiva il mondo del Pesarese
Al novatore vasto pensier,
Ed ei, co’ suoni, de l’alte imprese
Rendea lo strepito, l’urlo guerrier.

Ma, tu, trascorsi quei splendidi anni,
Spento de i Marzii ludi il fragor,
Sorgesti interpetre di dolci affanni,
De le nascose pene del cor.

E Amina, e Norma, e la Straniera
Per te sì care note snodar,
Che la più bella e splendid’Era
De la melodica arte segnar.

Oh! catanese cigno divino,
Certo ne l’ora del tuo morir,
Presso il tuo letto l’Angel d’Urbino
Vedesti in rosea nube venir;

Aperti i labbri a un riso pio,
Vieni, ti disse, vieni o fratel;
Vieni e armonizza l’Osanna a Dio,
Le tue melodi insegna al Ciel.

*

Romanza

Quando i silenzii e l’ombra
De l’alta notte bruna
Sorge la bianca luna
Pietosa ad allegrar,
D’ogni creata cosa
Ne la solenne calma
Mesto conforto l’alma
Ritrova al suo penar.

Una gentil la stringe
Necessità di pianto
Rapita ne l’incanto
D’indefinito amor.
E, il ciel mirando, parle
Che da ogni vaga stella
Un’anima sorella
Risponda al suo dolor.

*

Ad una giovinetta – sonetto

Quando sul dolce tuo pensoso aspetto
talor s’affisa la pupilla mia,
Un senso arcano di fraterno affetto
M’infonde al cor la tua melanconia.

Degli anni in sul mattin limpido e schietto,
Quando tutto il creato è un’armonia,
E in fantastiche forme l’intelletto
Un incognito ben sogna e desia;

Tu amor sol chiedi, ed ogni tua parola
Svela qual s’ha necessità di amore
L’alma tua pellegrina al mondo e sola.

O giovinetta. Bada!… A te che tanto
Pensi altamente ed hai sì ingenuo il core,
Forse l’amor non frutterà che pianto!

*

Giovanna Milli, detta Giannina, nacque a Teramo il 24 maggio 1825.

Dopo una primissima educazione ricevuta in famiglia, approfondì i suoi studi con maestri eminenti, fra cui il letterato Stefano de Martinis e il musicista Camillo Bruschelli. La sua vena poetica emerse in giovane età e con la rara abilità dell’improvvisazione: molto apprezzate e richieste furono le sue famose “serate”, che si svolsero in teatri e salotti di diverse città d’Italia e nelle quali ella declamava versi estemporanei animati da un acceso afflato patriottico.

Fu in rapporti di stima e di amicizia con diversi grandi del tempo, fra cui Manzoni, Aleardi, Settembrini e De Sanctis; una delle sue amiche più care fu la contessa Clara Maffei, che la accolse sovente nel suo rinomato salotto. Visse per molto tempo a Roma, dove ricoprì importanti incarichi ministeriali inerenti la pubblica istruzione; sposata con un provveditore agli studi, si spostò successivamente in varie città italiane per seguire il marito. Morì a Firenze l’ 8 ottobre del 1888.

La Milli ci ha lasciato una mole poderosa di componimenti poetici, pubblicati in varie raccolte e antologie. Poche le poesie di argomento intimo, tutte soffuse da un senso di rimpianto vago e indefinito che ben poco ci svela del suo vissuto interiore e della sua personale sensibilità.

Però, come fanciul che piange i fiori
Che il verno inaridì, piango ancor io
Le gioie dei vissuti anni migliori.

La maggior parte della produzione di questa autrice è composta da versi patriottici, poesie dedicate a personaggi illustri della storia, dell’arte e della cultura italiana – volte soprattutto a dimostrare la grandezza dell’ingegno italico e quindi da includere nel novero della scrittura patriottica – e da testi encomiastici scritti per ringraziare, celebrare, esternare stima o affetto verso una città o una persona in particolare.

Probabilmente, proprio questo carattere d’occasione, con poche concessioni allo sfogo intimistico, ha contribuito a svalutare l’importanza della sua poesia, relegandola fra le opere che non valga la pena ricordare in quanto troppo “di maniera” e quindi prive di valore intrinseco. A ciò si è aggiunta la dipendenza spesso pedissequa dai termini, dai temi e dai moduli tipici della poesia romantico-risorgimentale, cosa che non le ha permesso di brillare di luce propria, né di elaborare un tratto fortemente distintivo in grado di fare la differenza e di resistere al mutare dei tempi.

Ma se si va oltre questa visione di superficie, ci si accorge che Giannina non solo possedeva una cultura vasta e raffinata, ma che il suo universo emotivo era quanto mai ricco e pregnante. In tutti i suoi versi, da quelli patriottici a quelli più “colti” e impersonali, i sentimenti si avvertono vivi e vibranti: restano, però, volutamente in sordina, nascondendosi dietro a più elevati intenti espressivi, nella convinzione che il poeta abbia prima di tutto una missione da compiere verso il Cielo, la patria e l’umanità intera.

Non dimentichiamo che Giannina era una poetessa estemporanea, dote, questa, nella quale non si eccelle veramente quando la tecnica non è supportata da un sentire delicato e profondo. Vista in questa ottica, la poesia di Giannina Milli riacquista la sua giusta dimensione, restituendoci una delle più talentuose esponenti della poesia femminile italiana del periodo  romantico.

*

Donatella Pezzino

Immagine da: http://www.abruzzoinmostra.it

Fonti:

– Wikipedia
– Poesie di Giannina Milli Volume Primo, Firenze, Le Monnier, 1862.
– Poesie di Giannina Milli Volume Secondo, Firenze, Le Monnier, 1863.
– Nuovi Canti di Giannina Milli, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1855.

Carmelina Naselli

Carmelina Naselli nacque a Catania il 4 novembre 1894.

Nonostante fosse siciliana solo per metà (la madre era di Treviso), Carmelina fu una vera catanese DOC, sia nell’accento, sia nell’amore per la sua terra natale. Fin da giovane, questo attaccamento alle origini sicule si manifestò in lei sotto forma di una forte inclinazione verso gli studi etnografici, letterari e antropologici: studiosa appassionata, seguì le orme di Giuseppe Pitrè, del quale raccolse e continuò l’attività di ricerca. Non si sposò mai; la sua vita fu dedicata interamente alla ricerca, alla scrittura e all’insegnamento.

Laureatasi in Lettere nel 1919  all’Università di Catania, proseguì gli studi a Firenze conseguendo il diploma di specializzazione presso la scuola di Guido Mazzoni (1921). Dapprima insegnante di lettere alle scuole medie, passò dal 1936 alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, dove fu docente di Storia della Letteratura Italiana, Filologia romanza, Letteratura delle tradizioni popolari, Storia della lingua italiana e Storia delle tradizioni popolari; nell’ateneo catanese continuò ad insegnare fino al pensionamento (1966). Nel corso della sua carriera universitaria, fu particolarmente apprezzata per le sue doti umane, oltre che professionali: dolcissima e paziente, spiccava per  la sensibilità quasi “materna” con cui si mostrava sempre disponibile a comprendere e aiutare i suoi allievi.

Anche al di fuori dell’ateneo, Carmelina ebbe una vita culturale molto attiva: partecipò a convegni e conferenze, collaborò a giornali e riviste, fu presidente del comitato catanese della Società Dante Alighieri e della Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale (di quest’ultima fu anche segretaria e bibliotecaria); diresse inoltre la rivista “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”. Fervente cattolica, fu priora provinciale del Terz’ordine domenicano femminile.

Nella sua casa catanese di via Enrico Pantano –  dove abitava con la sorella Concetta, anche lei insegnante – spiccava, oltre alla impressionante quantità di libri, una singolare raccolta di oggetti molto caratteristici, che Carmelina aveva messo insieme nel corso della sua attività di ricerca e che custodiva per il valore delle tradizioni e degli usi popolari dei quali erano testimonianza.

E’ morta a Catania il 13 novembre del 1971.

Tante sono le pubblicazioni che Carmelina Naselli ci ha lasciato e che rappresentano ancora oggi un punto di riferimento prezioso nel campo degli studi sulla letteratura, l’arte e le tradizioni popolari, sia siciliane che di altre parti d’Italia: tra le opere più importanti in tal senso ricordiamo Il martirio di S. Agata di un drammaturgo del seicento: Jacopo Cicognini (1927), Recite goldoniane di filodrammatici catanesi nel sec. XVIII (1927), Terremoti etnei e storie di popolo (1931), Arte sacra popolare siciliana (1932), La vita a Catania nell’Ottocento (1934), Satira di popolo nel Risorgimento siciliano (1935), Diavoli bianchi e diavoli neri nei leggendari medievali  (1943), Saggio sulle ninne-nanne siciliane (1948), Le donne nella festa di Sant’Agata a Catania, ossia Delle ’ntuppateddi (1952), Le maschere lignee della Val D’Aosta (1956), Usanze relative al lutto in Sicilia (1960), Aggiunte alle tradizioni popolari nella Divina Commedia raccolte dal Pitré (1966), Giuseppe Pitré, la musica popolare e il carteggio inedito col maestro F. P. Frontini (1968), Lingua parlata e lingua scritta nel pensiero del Foscolo (1970).

Donatella Pezzino

Immagine dal sito: http://www.aib.it

Fonti:

– Wikipedia

http://www.literary.it