Dieci poesie di Vittoria Aganoor

Sotto le stelle

Dormono i campi, non s’ode una voce.
Solo un passo, che male
discerno ove sia vòlto,
un passo lieve, ritmico, veloce,
io nel silenzio della notte ascolto.

Va, va, va, quel notturno pellegrino,
e benchè mai non resti,
e benchè sempre a un modo
segua rapido e uguale il suo cammino,
io nella notte lontanar non l’odo.

Va, va, va, come mi passasse accosto
sempre, sempre, e fuggisse
sempre un persecutore;
va, va, il fantasma nell’ombre nascosto
che cammina col ritmo del mio cuore.

Io sento io sento che una qualche stilla
di vita, egli, passando,
mi beve; ai miei pensieri
ruba un sogno, al mio sguardo una scintilla,
lorda di polve i miei capelli neri.

Io sento ch’egli porta a dei lontani
cuori l’oblìo dei voti
che travolse il destino,
l’oblìo dei cari dì senza domani,
l’oblìo di me che a ricordar m’ostino.

*
Il treno

Va nella notte l’anelante spettro
tra le fragranze dei vigneti in fiore,
va nella notte e da conquistatore
schiavo il mio corpo si trascina dietro.

Solo il mio corpo, l’inerte persona;
ma dal possente che scintille esala
ratto si sciolse con un colpo d’ala
quel che laccio terren non imprigiona,

Ed a ritroso migra ad un alato
fratel che incontro cupido gli viene;
libere vie liberamente tiene
sui vinti gioghi e il mar signoreggiato.

Sì, lo spettro che torbido viaggia
lunge si porti il fremito degli ebbri
sensi, il tumulto, le maligne febbri,
gl’impeti della mia fibra selvaggia;

E a te venga, e di raggi e fior si valga
a parlarti d’amor senza parola
tutta l’anima mia, l’anima sola,
e la tua cerchi, e le si stringa, e salga!

*

Visione

So d’un palazzo dalle mura antiche
triste così ch’ha di sepolcro aspetto;
bruno di muschi dagli sproni al tetto,
ingombro l’atrio d’edere e d’ortiche.

Dentro, un’ava grinzosa, in sè raccolta
dinanzi al focolar deserto e spento,
segue a narrar con infantile accento
una leggenda che nessuno ascolta.

*

Pioggia

Piovea; per le finestre spalancate
a quella tregua d’ostinati ardori
saliano dal giardin fresche folate
d’erbe risorte e di risorti fiori.

S’acchetava il tumulto dei colori
sotto il vel delle gocciole implorate;
e intorno ai pioppi, ai frassini, agli allori
beveano ingorde le zolle assetate.

— Esser pianta, esser foglia, essere stelo
e nell’angoscia dell’ardor (pensavo)
così largo ristoro aver dal cielo! —

Sul davanzal protesa io gli arboscelli,
i fiori, l’erbe, guardavo, guardavo…
E mi battea la pioggia sui capelli.

*

O morti!..

I passanti s’indugiano ai cancelli
spiando delle verdi ombre i segreti;
ma son l’ombre deserte, e i muschi e l’erbe
parassite che allignan sugli avelli
veston la villa immersa tra gli abeti.

Io, qui seduta sotto il porticato
dove sovente al vespero veniva
il padre mio, guardo, e mi credo un’ombra,
l’ombra d’un lontanissimo passato
che solo ha forma di persona viva.

S’affaccia della Luna il bianco viso
tra pianta e pianta, ma la vaga scorta
dei sogni, più non è con lei; somiglia
un teschio adesso e con beffardo riso
sembra dirmi: — «Non vedi? anch’io son morta!» —

Ecco l’Ave, la squilla ch’egli udìa,
lo stesso suono… e tornano dell’ore
lontane le memorie: i giorni lieti,
le dolci sere; un’intima agonia
evocatrice che dilania il core.

O morti, dite una parola, dite
una parola!… Con l’orecchio io tendo
tutta l’anima mia… Passa una nube
e l’erba trema… Oh certo voi m’udite,
mi parlate… e son io che non v’intendo.

*

Canto d’Aprile

Canta una voce: — O genti dolorose
io vengo, io vengo! Aprite alle speranze
il core, aprite le rinchiuse stanze
alla giungente carica di rose.

Io vengo, io vengo! Ogni deserto ed ogni
rupe fiorisce; levate la testa
e sorridete; io vengo per la festa
meravigliosa, carica di sogni.

D’un più costante e luminoso Maggio
la promessa vi reco. O contristati
cuori, o negletti, o vinti, o disamati,
o vacillante umanità, coraggio! —

*

Tentazione

Sul fragor del torrente
protesi il capo dalla rupe scura,
ròsa da mille rivi,
e pensai: — Che ideale sepoltura
in quegli abissi, eternamente vivi
di vive onde di voci e di tempeste!
Così, così cantare
con voce più possente
dei turbini traverso alle foreste,
con l’impeto del mare!
Ma poi che invano cerca questa mia
anima, per irrompere in superbo
clamor, che scota i baratri e le cime,
la sua dirotta via
tra le scogliere altissime del verbo;
poi che il varco sublime
non s’apre, e in onde chiare
e forti, non prorompono le rime
ruggendo della gloria incontro al mare;
della sonante roccia
per le muscose spire
meglio come una goccia
cader nel fondo, perdersi, sparire!…

*

Per via

Mi andava innanzi, curva, con un bimbo
in collo, e il bimbo dietro a lei guardava,
proteso il volto paffutello e il nimbo
ricciuto, d’in su l’omero dell’ava.

O fresco volto, o vecchio omero! Tale
d’una muraglia antica e rovinosa
ai merli, su dal chiuso parco sale
e s’affaccia, ridente occhio, una rosa.

*

In automobile

Via! via! Salga con noi la vertigine
del trionfo! voliamo all’ignoto
malïoso dominio dei turbini,
noi, signori del tempo e del moto.

Dietro a noi, nella polve travolgasi
dell’attesa e del tedio la trista
ricordanza; via! via! no più limiti
alla nostra sovrana conquista.

Dietro a noi l’ore, lente di trepide
ansie, i ciechi fantasmi dei pigri
ozii, l’estasi vana. Via! l’anima
del futuro oltre i pelaghi migri.

La bufera ci sfida? Non timidi
ci vedrà nell’impàri cimento.
Vinceremo fuggendo più rapidi
delle nubi, dell’ora, del vento.

Su, più presto, più presto! c’ inseguono
spettrali ombre; io ne vedo le gialle
mani adunche levarsi, protendersi
sopra per noi per ghermirci alle spalle.

Respingetele, olà! son le pallide
cure, infeste alle valide tempre,
che ogni baldo vigore c’invidiano:
ne sarem gli schiavi per sempre?

No, sataniche larve! e se a vincervi
nostra possa non vale, la sorte
scherniremo, con noi trascinandovi
alla morte, alla morte, alla morte!

*

Dicembre

Qua e là per la campagna irti si drizzano
al cielo i rami delle piante esauste.
Piove; incombe sull’ampia solitudine
desolata, il silenzio.

Sulla deserta immensità dell’anima
talor mute così piovon le lagrime;
umane braccia così al ciel protendonsi
talora, emunte e supplici.

***

Vittoria Aganoor (Padova, 26 maggio 1855 – Roma, 8 maggio 1910) rappresenta una delle voci più interessanti del panorama poetico tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. In lei confluirono le istanze di diverse correnti letterarie, in particolare dell’ultimo Romanticismo, del Decadentismo e del Crepuscolarismo.

Allieva di Giacomo Zanella, si ispirò soprattutto a Giacomo Leopardi, Gabriele D’Annunzio e Domenico Gnoli. Rifiutò sempre di essere considerata una scrittrice spontanea e sentimentale, preferendo definire la sua una scrittura “di testa”, estremamente studiata e curata nell’aspetto formale; tuttavia, non potè impedire ai versi di svelare la sua natura inquieta e malinconica, insofferente alle costrizioni e alle regole sociali. Lungi dall’essere opere fredde e artificiose, le sue liriche si fanno quindi portavoce del suo mondo interiore: le prime, in particolare, esprimono un tormento dai toni quasi teatrali, un senso di impotenza, un bisogno di libertà che sfocia in un angoscioso desiderio di morte.

Tutto ciò conferì alla sua opera una musicalità particolare, che fu molto apprezzata dalla critica contemporanea. “Ella sa “scrisse Antonio Cippico sulla Rivista Dalmatica “ che tutte le cose nell’Universo, sotto il velo fallace della divina Apparenza, hanno una voce intima, un suono; ella sa ch’è del poeta soltanto rivelare coteste voci essenziali… Ella sa cogliere e infondere ne’ suoi versi tutte le note più tremule, tutte le tinte più diafane, i profili meno delineati, le sfumature e i toni più sottili imprecisi e misteriosi”. Di nobile famiglia (il padre era un conte di origine armena), fu assidua frequentatrice dei salotti e dei circoli culturali; visse per molti anni a Venezia e a Napoli, dove conobbe e frequentò alcuni fra i più importanti letterati del suo tempo. Fu molto schiva nei riguardi delle sue opere, che era sempre restia a pubblicare, forse per timore che non venissero comprese; solo su pressione dei suoi amici, nel 1900 si risolse a dare alle stampe la silloge “Leggenda eterna”.

Nel 1901 sposò a Napoli un deputato, il conte Guido Pompilj, con il quale si trasferì a Perugia. Tra i due nacque un legame profondo, che certamente dovette influire sulla scrittura di Vittoria. La raccolta “Nuove liriche”, pubblicata nel 1908, mostrò infatti uno spirito molto diverso dal precedente: non più teatralità, tormento, anelito alla rivolta, ma una poesia chiara, serena e ricca di armonia. La malattia e la morte sopravvennero a spezzare questa condizione di equilibrio, gettando i suoi cari nel più desolante sconforto: il marito stesso, non reggendo alla sua perdita, si uccise con un colpo di rivoltella poche ore dopo l’accaduto. All’epoca, questo fatto fece molto scalpore, rivestendo il personaggio di Vittoria di un’aura romantica e aumentando la risonanza dei suoi scritti. Negli ultimi anni, l’opera di Vittoria Aganoor – in parte ancora inedita – è stata oggetto di rivalutazione attraverso convegni, articoli e premi letterari.

*

Donatella Pezzino

Fonti:

– Vittoria Aganoor, Leggenda eterna, Milano, Treves, 1900.
– Vittoria Aganoor, Nuove liriche, Roma, Nuova Antologia, 1908.
– Wikipedia
– Franco Mancini, La poesia di Vittoria Aganoor, Firenze, F. Le Monnier, 1959.
-Antonio Cippico, Vittoria Aganoor, articolo pubblicato su “Rivista Dalmatica”, anno II, fasc.1, Maggio 1900, Zara, Stab. Tip. Di S.Artale. pp. 94-98.

Su “Le certezze del dubbio” di Goliarda Sapienza

La scrittura di Goliarda Sapienza (1924-1996) potrebbe essere paragonata alla piena di un fiume: rapida, improvvisa, incontrollabile, eppure così ricca di fascino nella sua semplicità brutale; a volte discontinua, tutta salti e nervi, e proprio per questo con una sua intrinseca, naturale armonia. Parole come pietre, che un’acqua densa di voci, volti e sensazioni trascina con sé in modo quasi spasmodico; una lettura che segna, che scava solchi, che non si dimentica. Non mi riferisco, nello specifico, alla celebre “Arte della gioia”. Personalmente, a dispetto dell’ammirazione suscitata in tanti critici e lettori, quello che è comunemente ritenuto il capolavoro di Goliarda non mi ha particolarmente entusiasmata: vi ho percepito una certa forzatura, nei dialoghi e nelle situazioni. Forse per l’insistenza quasi morbosa sulla sensualità e la spregiudicatezza di Modesta, nella quale si avverte marcatamente l’intenzione di forgiare, più che un carattere, un simbolo dell’affermazione femminile che possa rappresentare la nuova donna del femminismo e della rivoluzione sessuale; o forse, più semplicemente, perché Goliarda è una di quelle voci che soffrono le costrizioni di certi tessuti narrativi, e che per brillare in tutta la loro potenza devono essere libere di fluire, di rompere gli argini, di tracimare. Di raccontarsi, prima che di raccontare. Nella “carusa tosta” c’è, naturalmente, una parte importante della sua creatrice; ma troppe impalcature ingombranti la soffocano. La Goliarda nata e cresciuta per parlare di sé stessa si svela altrove, come lo stesso Angelo Pellegrino, suo marito e curatore, non ha mancato di sottolineare: “Da una formazione così diversa e originale, e anche sconvolgente per una ragazza meridionale italiana, che letteratura poteva venir fuori? Sicuramente un genere segnato dall’autobiografia”. La Goliarda autentica, intima e spontanea che avevo cercato invano in Modesta, quindi, l’ho trovata nel flusso di coscienza travolgente e impietoso delle “Certezze del dubbio”, romanzo meno noto e senz’altro da rivalutare. L’autrice catanese lo scrive negli anni Ottanta, dopo un periodo di detenzione per furto nel carcere romano di Rebibbia. Nello scritto, dall’inizio alla fine, emerge il bisogno prepotente di mettersi a nudo, di scandagliarsi, di prendersi in giro e perché no? anche di odiarsi; c’è la sensazione di essere, per qualche strano scherzo del destino, sempre fuori posto. E c’è Roberta, la ragazza- specchio, e come ogni specchio che si rispetti, amica-nemica viscerale. Attraverso Roberta e le sue contraddizioni, Goliarda si osserva, si ascolta, si racconta, si immagina, trova la Goliarda che vorrebbe essere: un cumulo di fragilità dalla forza incrollabile, capace di fare del disagio un ideale per cui combattere e sentirsi viva; una donna capace di essere contemporaneamente figlia e madre, bambina e vecchia, spensieratezza incosciente e consapevolezza profonda. In più, Roberta rappresenta per l’autrice il legame con Rebibbia, che non si può e non si vuole spezzare: un po’ perché quella vita, coi suoi ritmi, le sue persone e i suoi rituali, ti marcisce dentro l’anima permeandone ogni fibra; un po’ perché a Rebibbia, da lontano, si ripensa come ad un mondo ovattato, al rifugio da una società divenuta estranea che, una volta che sei stata “dentro”, ti etichetta per sempre e ti rifiuta, facendoti pesare ad ogni istante la tua nuova, irrimediabile condizione di reietta. Ed è un rifugio anche la sopravvivenza di questo legame d’amicizia nato in cattività, tanto stretto e importante da assumere di volta in volta le forme della simbiosi, dell’ossessione, della gelosia, dell’attrazione fisica: forme che nascondono un unico desiderio disperato, quello di riappropriarsi della propria esistenza, di darle una direzione. L’erotismo che spesso si avverte, allora, si rivela con una complessità tutta cerebrale, in cui l’attrazione omosessuale che avvicina le due donne non è che la necessità di ristabilire un equilibrio, di ritrovare un’identità, di reimpossessarsi della parte di sé che sempre sfugge, e che non è possibile afferrare. Perché Roberta, palesando a parole quella tensione erotica, la interrompe bruscamente e la fa svanire; e poi perché Roberta stessa appare e scompare, e tutta la trama non è che un estenuante perderla e ritrovarla, un continuo rincorrerla per non raggiungerla mai.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Goliarda Sapienza, Le certezze del dubbio, a cura di Angelo Pellegrino, Einaudi, 2013.
  • Wikipedia