Verismo al femminile, le donne “invisibili” di Maria Messina

La recente riscoperta dell’opera di Maria Messina ha portato alla luce i caratteri di una particolare formula stilistico-narrativa che attinge dal Verismo per descrivere la reale condizione della donna nella società borghese del primo Novecento. Nata nel 1887, Maria Messina dà voce al dramma di un universo femminile che si vede relegato ad uno stato di penosa segregazione e sottomissione, celato dietro all’ideale ottocentesco di angelo del focolare.

Il periodo in cui nascono gli scritti più significativi di Maria Messina è compreso fra il 1920 e il 1928: in questo momento della sua attività letteraria, tutte le istanze assorbite nel corso dei due decenni precedenti giungono alla loro completa maturazione. La risultante di questa evoluzione è un particolare “adattamento” del Verismo in cui la scrittura appare semplice, sommessa e fortemente autobiografica.

Nella prosa di Maria Messina, manca quel netto distacco psicologico che rappresenta il tratto più tipico dell’opera verghiana; la scrittrice, infatti, si ispira spesso al proprio vissuto per plasmare ambienti, vicende e personaggi. L’aderenza ai canoni veristi, inoltre, imponeva di imprimere alla narrazione un tono incisivo, con l’inserimento di termini e modi di dire tratti dalle parlate locali e con la descrizione di ambienti e comportamenti ben riferibili ad una determinata tipicità culturale.

In Maria Messina, al di là di una ben precisa scelta stilistica, l’assenza di questi elementi è coerente con i lunghi anni trascorsi lontano dalla propria terra d’origine, a dispetto di un profondo senso di appartenenza più volte dichiarato (nelle sue lettere, la Sicilia è definita “grande Madre lontana”). Originaria di Palermo, Maria Messina visse infatti la sua giovinezza spostandosi da una città all’altra a causa delle necessità lavorative del padre: abitò quindi con la famiglia in località diverse e spesso molto distanti fra loro, fra cui Messina, Ascoli Piceno, Arezzo, Napoli e Mistretta.

Agli anni giovanili (1909-1919) risale la sua lunga corrispondenza con il “maestro” Verga, destinata a lasciare un solco profondo sulla sua esperienza di donna e di letterata. L’autore dei Malavoglia non fu il suo unico contatto epistolare: esistono notizie di carteggi con Ada Negri, Giuseppe Antonio Borgese e l’editore Benporad, tramite i quali ella, probabilmente, conobbe le avanguardie letterarie dell’epoca . Oltre a mitigare la sua penosa condizione di isolamento, questi contatti la aiutarono ad assorbire elementi nuovi e più consoni alla sua personale scrittura “del vero” mirata al disvelamento dei soprusi, delle ipocrisie e degli abusi di cui era intrisa la vita femminile fra le pareti domestiche, “sepolcri imbiancati” di dolore e “non vita”.

Tutte le case “perbene” descritte da Maria Messina hanno dentro questo grigiore, questo perenne odore di fiori appassiti. Mistretta, nella quale l’autrice trascorre un periodo significativo della sua vita, è il luogo dove più spesso si svolgono le vicende dei suoi scritti. La società che vi è ritratta è quella alla quale lei stessa appartiene: il mondo della piccola borghesia provinciale, contraddistinto da tratti, comportamenti e valori che ritroviamo ovunque, in Sicilia come nel resto d’Italia.

E’ una società di facciata, dove ogni evento, anche il più insignificante, è costantemente sotto una lente d’ingrandimento ed è destinato ad ingigantirsi nella spirale del pettegolezzo; un universo chiuso e restio ad ogni cambiamento, dove ogni condotta deve conformarsi ad un rigido codice di regole e convenzioni. In questo contesto, la donna consuma fra le pareti domestiche un’esistenza incolore, nella quale la sottomissione ad una figura maschile rappresenta l’unica via per uno status rispettabile e legittimo.

Per focalizzare al massimo l’attenzione sui personaggi femminili e sulla loro reale condizione di “sconfitti”, Maria Messina scelse uno stile narrativo semplice che partiva dai moduli espressivi tipici del Verismo, di fatto ormai obsoleti ma molto più adeguati al fine che la sua scrittura si prefiggeva.

Nei romanzi di Maria Messina, il tema verghiano dei “vinti” racchiude in sé un germe di femminismo che, pur non confluendo in un’aperta ribellione, si esprime nella forte presa di coscienza dell’ingiustizia. Le donne messiniane soffrono profondamente nel vedersi rubata la vita, l’amore, la libertà di essere e di scegliere: allo stesso tempo, però, lasciano fare, rese incapaci da un sistema che le ha plasmate e al di fuori dal quale esse non saprebbero trovare una qualsiasi identità. Parallelamente, le loro vicende servono all’autrice per svelare la miseria morale di un’umanità che vive di apparenze, di menzogne e di pregiudizi; una società arida e impietosa dove tutto è codificato e dove perfino i sentimenti sono sacrificati alle regole della “rispettabilità” e del “decoro”.

Dopo un esordio di spiccata aderenza alle tematiche e ai canoni verghiani, la Messina finisce per immedesimarsi con i suoi personaggi, “tradendo” uno dei motivi chiave della tecnica veristica. Dalla raccolta di novelle “Pettini fini” (1909), fino al suo romanzo di maggior successo “La casa nel vicolo” (1921) e all’ultima opera “L’amore negato” (1928), scritta prima del definitivo sopravvento della sclerosi multipla, la scrittura di Maria Messina si snoda attraverso racconti brevi, romanzi e perfino fiabe per bambini dove in primo piano è sempre il mondo dei più deboli, dei poveri e degli sconfitti.

Nelle storie di donne, in particolare, il canovaccio seguito è simile in quasi tutti i casi: una svolta si inserisce improvvisamente in una quotidianità triste e ripetitiva, portando con sé la speranza (che si rivela poi del tutto illusoria) di una via d’uscita. Eppure, in “Casa paterna”, Maria Messina dà finalmente alla protagonista la possibilità di ribellarsi: Vanna, infatti, trova la sua via di fuga nel suicidio. L’autodistruzione, quindi, diventa l’unica rivalsa possibile in un mondo che non riconosce alcun diritto a vivere secondo le proprie inclinazioni.

Per la capacità di tratteggiare struggenti ritratti di figure femminili lasciando emergere la solitudine e la irrilevanza delle loro vite, la Messina è stata spesso accostata ad una sua grande contemporanea, la neozelandese Katerine Mansfield. Ciò che accomuna le due autrici è soprattutto il risalto dato alle “cosiddette piccole cose perché davvero tutto sia significativo”; in entrambe, l’intreccio narrativo è ridotto all’essenziale e la scrittura indugia sull’atmosfera, sui dettagli dell’ambiente e sugli stati d’animo per lasciar affiorare l’abissale distanza fra il mondo esterno e l’intima sofferenza delle coscienze. La psicologia è svelata da minuziose descrizioni di gesti e comportamenti. Il corpo diventa linguaggio: il disagio trapela da un tremito delle mani, dal pallore del viso, dal morso sulle labbra che soffoca le lacrime. In Maria Messina, inoltre, il frequente ricorso al discorso indiretto serve ad evidenziare il lavorìo sottile del pettegolezzo, in un crescendo sordido e distruttivo che isola la protagonista e la condanna.

Da qui scaturisce una delle tematiche più ricorrenti nell’opera della scrittrice, ovvero “l’impotenza”. Le sue donne non possono scegliere liberamente in quanto prive di cultura, affetti solidi e risorse finanziarie: di questa totale nullità esse vivono il peso come una colpa. Rese inutili dalla malattia, dall’invidia altrui o dalle strategie familiari, sono portate ad accettare il proprio destino perché “vinte” in partenza. L’intento di denuncia, qui, è indubbio: tuttavia, non consente di collocare Maria Messina tra le femministe dell’epoca. Esattamente come lei, le sue donne trovano la forza di guardare in faccia la propria condizione. Eppure, fra le sue righe non esiste possibilità di riscatto: i suoi personaggi soccombono all’infelicità e, dopo un breve palpito di speranza, si rassegnano. Tornano ad essere ombre, invisibili.

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Donatella Pezzino

(Fonte: D.Pezzino, Tra Verismo e denuncia: le donne “invisibili” di Maria Messina”, su “Agorà” n.57 , Catania, Editorale Agorà, pp.44-47.)

Immagine da http://www.liberliber.it

Il Castello Ursino

A Catania, il Castello Ursino non rappresenta soltanto l’attrazione principale della suggestiva piazza Federico II di Svevia; è infatti uno dei rari edifici di epoca medievale sopravvissuti al terremoto del 1693.

Inizialmente costruito sul mare, il Castello Ursino fu poi circondato dalle lave del 1669, che ne riempirono il fossato e spostarono in avanti il tratto di costa. Secondo lo storico Santi Correnti, il suo nome deriverebbe dall’appellativo “Castrum Sinus”, ovvero “Castello del Golfo”.

La sua costruzione è collocabile fra il 1239 e il 1250; molto probabilmente, rientrava in un più complesso sistema costiero di fortificazioni che includeva anche altri castelli della Sicilia orientale. In più, il suo aspetto maestoso voleva fungere da monito verso la città etnea, spesso riottosa e ribelle nei confronti dell’autorità imperiale. Non a caso, la scultura sulla facciata raffigura proprio l’aquila sveva nell’atto di soggiogare una lepre.

Opera dell’architetto Riccardo da Lentini, l’impianto sorge su resti di edifici più antichi risalenti al primo nucleo della polis greca di Katane. A pianta quadrata, misura 50 metri per lato ed è munito di quattro torrioni circolari agli angoli alti circa 30 metri e con diametro di 10 metri. Originariamente, ogni lato aveva anche una torre mediana del diametro di 7 metri (oggi ne restano solo due). I muri, spessi 2 metri e mezzo, sono realizzati in pietrame lavico, con il sistema dell’opus incertum già largamente diffuso in epoca romana. Alla base del castello, gli scavi più recenti hanno portato alla luce delle particolari scarpate che conferivano alla struttura un effetto ancor più imponente.

All’interno, ognuna delle grandi sale è divisa da tre campate coperte da volte a crociera; queste volte si dipartono da semicolonne dai capitelli decorati con motivo di foglie. Nelle torri minori di nord e sud erano collocate delle scale a chiocciola che collegavano il piano superiore a quello inferiore. I restauri degli anni Trenta del Novecento hanno rivenuto tracce di impianti idrici e igienici estremamente curati, sia sotto il profilo ingegneristico che dal punto di vista architettonico.

Nel corso dei secoli, il Castello Ursino ha subito diversi rimaneggiamenti per adattarsi al gusto corrente e alla destinazione d’uso. In età rinascimentale, ad esempio, sono state aggiunte la scala gotica del cortile interno e alcune finestre, come quella, bellissima, sormontata dal pentalfa nero in pietra lavica. Anche le merlature, di solito assenti nei castelli federiciani, sono un’aggiunta di epoca posteriore.

A un secolo dalla sua costruzione, il Castello si trovò inglobato all’interno di un quartiere e letteralmente soffocato dalle abitazioni. Nei primi anni del Quattrocento, Re Martino sgomberò tutto lo spazio circostante e lo trasformò in una piazza d’armi. Dopo essere stato teatro di diversi avvenimenti decisivi per la guerra del Vespro (in una delle sale, ad esempio, nel 1347 fu firmata la Pace di Catania tra l’infante d’Aragona Giovanni e la regina Giovanna D’Angiò), il Castello Ursino fu per molto tempo residenza di sovrani e vicerè, combinando la funzione di palatium a quella di castrum.

Federico III d’Aragona, poi re di Sicilia, ne fece dimora reale a partire dal 1296: da allora, il Castello fu abitato da tutti i suoi discendenti. Questo ruolo “residenziale” divenne preponderante nel XVI secolo quando, con l’avvento della polvere da sparo, il maniero venne sempre meno utilizzato a scopi difensivi. Fu quindi residenza del vicerè, mentre alcuni dei suoi locali furono adibiti a prigione; funzione, questa, che si protrasse fino al periodo borbonico. Danneggiato dal terremoto del 1693, il Castello Ursino fu poi ristrutturato nel corso del Settecento, diventando a tutti gli effetti un fortino militare con annesso carcere (Forte Ferdinandeo).

I graffiti dei carcerati, a tal proposito, sono ancora ben evidenti sui muri del cortile interno e sugli stipiti delle porte del piano terra. I più antichi risalgono ai primi anni del Cinquecento; i più scarni si limitano ad un disegno, ad un nome, ad una data o alla frase Vinni carceratu, ma altri sono iscrizioni più complesse, nelle quali il prigioniero protesta la propria innocenza o lamenta la durezza della propria reclusione.

In questa fase finale del suo ruolo di maniero, il Castello fu dotato di sovrastrutture che ne occultarono quasi del tutto l’impianto originario, e dalle quali venne liberato grazie al restauri degli anni 1932-34.

Dal 1934, il Castello Ursino accoglie, in qualità di Museo Civico, i reperti provenienti prevalentemente dalle collezioni del Principe di Biscari e dei monaci benedettini di San Nicola la Rena. Le sue sale, inoltre, ospiteranno fino al 3 novembre del 2019 il celebre “Kouros ritrovato”, mostra che espone, finalmente assemblati, il torso del Kouros di Lentini e la Testa Biscari appartenenti ad un’ unica statua tardo arcaica greca.

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Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Stefano Bottari, Monumenti svevi di Sicilia, Brancato, rist. 1996
  • Federico De Roberto, Catania, Pellicano Libri, 1985
  • Santi Correnti, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia, Newton Compton, 2015.

Immagini:

Foto 1 – Jan Diaz Flickr

Foto 2 – Il Castello prima del 1669 nella ricostruzione pittorica di Renzo di Salvatore (da http://www.ilviaggioinsicilia.it)

Foto 3 – Sasa Stranic Flickr

Foto 4 – Emanuele D’Urso Flickr

Foto 5 – Dada Gregory Flickr

Foto 6 – http://www.typicalsicily.it

Foto 7 – Antonino C. Flickr

Foto 8 – http://www.love-sicily.com

Foto 9 – Sergio Tumminello Flickr

Foto 10 – Augusto Bizzi da Heritage Sicily

Foto 11 – da http://www.bbteatrobellini.it

 

Il Teatro Massimo Bellini

Con la sua struttura raccolta e riccamente adorna, il Teatro Massimo Vincenzo Bellini impreziosisce l’omonima piazza nel cuore del centro storico di Catania. A differenza di altri teatri, questo edificio non affascina per le sue dimensioni, ma per la singolarità delle sue linee sinuose e la bellezza dei suoi decori.

Fino alla seconda metà dell’Ottocento, Catania mancò di un vero e proprio teatro dell’Opera. Per secoli, le opere liriche furono rappresentate in teatri privati, per lo più appartenenti a nobili e mecenati; a partire dal 1821, a questa funzione fu adibito il Teatro Comunale Provvisorio, meglio noto come “Teatro Coppola”, ricavato da un magazzino nel quartiere Civita.

Nel 1870, finalmente, la città decise di commissionare all’architetto udinese Andrea Scala la costruzione di un Politeama, scegliendo come sito Piazza Nuovaluce (oggi Piazza Vincenzo Bellini). Per alcuni anni, grazie al sostegno finanziario della Società Anonima del Politeama, Scala potè portare avanti il progetto iniziale, avvalendosi della collaborazione del collega milanese Carlo Sada, futuro esponente dell’eclettismo liberty e autore di tante costruzioni di spicco dell’edilizia catanese fin de siécle (la Torre Alessi, Villa Morosoli, Palazzo Pancari Ferreri).

Nel 1880, la Società andò in liquidazione; le subentrò il Comune di Catania che, imponendo al progetto alcune sostanziali variazioni, trasformò la struttura in un teatro lirico. I lavori furono completati nell’arco di sette anni ma, per motivi di carattere economico, l’apertura al pubblico non fu immediata. L’inaugurazione avvenne il 31 maggio del 1890 con la “Norma” di Vincenzo Bellini.

La facciata è in stile neobarocco, sul modello della Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia; la sala interna, della capienza di 1.200 posti, è a ferro di cavallo con quattro ordini di palchi e un loggione. Fin dalla sua costruzione, l’edificio è stato dotato anche di un Caffè per intrattenere gli spettatori durante le pause.

Sul soffitto, uno splendido affresco di Ernesto Bellandi raffigura Vincenzo Bellini in trionfo tra le muse e i personaggi di alcune delle sue opere più celebri (Norma, Il Pirata, La Sonnanbula, I Puritani).

Oltre che per l’affresco del soffitto, l’interno risplende per l’eleganza degli stucchi, dei marmi, delle vetrate, delle colonne e delle dorature. Tutto, nella struttura, è un omaggio al Cigno, dai bassorilievi della facciata alla grande statua bronzea del foyer.  Un grandioso tributo ad uno dei compositori più famosi nel mondo e, allo stesso tempo, a colui che è stato (insieme al sindaco De Felice, il cardinale Dusmet e pochi altri) il catanese più amato dai suoi concittadini.

Apprezzatissimo da compositori e da cantanti lirici ( Maria Callas e Beniamino Gigli, solo per fare qualche esempio) il Teatro Massimo Bellini è ancora oggi considerato uno dei teatri con l’acustica migliore al mondo.

 

Ente autonomo regionale dal 1986, il Teatro rappresenta ancora oggi uno dei centri nodali della vita artistica catanese. Dotato di una sua orchestra e di un suo coro, entrambi con un considerevole numero di elementi, ha visto avvicendarsi sulle sue scene autorevoli nomi del panorama musicale contemporaneo, del calibro di Lorin Maazel, Giuseppe Sinopoli, Riccardo Muti, Montserrat Caballè, Maria Callas, Luciano Pavarotti e Mirella Freni.

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Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini:

Foto 1 – Marcello Falco da Flickr

Foto 2 –  Gabriel Gandolfo da Flickr

Foto 3 – http://www.bandw.it

Foto 4 – http://www.teatromassimobellini.it

Foto 5 – da Wikipedia Di Francesco Lombardi – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72963000

Foto 6 – QR catania da Flickr

Foto  7 – Grazia Zuccaro da Flickr

Foto 8 – Andrea Tornabene Flickr

Foto 9 – RH Kamen da Flickr

 

La Cuba di Santa Domenica

La Cuba di Santa Domenica sorge nel territorio di Castiglione di Sicilia, in prossimità del fiume Alcantara. Ricca di fascino e di mistero, questa antica cappella rustica combina in sé diversi stili architettonici, dal bizantino all’arabo.

La Cuba è stata ritenuta per tutto il Novecento una costruzione di età bizantina, databile fra il VII e il IX secolo; successivamente, studi approfonditi hanno portato a stabilirne una datazione più tarda. Oggi, infatti, gli studiosi sono concordi nel collocarla in un periodo compreso fra il X e l’XI secolo.

Nonostante sia di epoca normanna, l’impianto presenta moltissimi aspetti dell’architettura e dell’arte bizantina, ai quali sono mescolati elementi di ispirazione islamica.

Allo stato attuale delle ricerche, non se ne conosce ancora con certezza l’originaria destinazione d’uso. Il suo contesto è fra gli aspetti che destano le maggiori perplessità: ci si chiede infatti quale possa essere stata la motivazione che ha portato a costruire un edificio tanto particolare in un luogo così isolato e ameno. Oggi come allora, infatti, la Cuba campeggia solitaria in mezzo al paesaggio agreste.

L’interno riproduce in piccolo una basilica a tre navate, divise da pilastri quadrangolari; oltre che in questa tipologia di impianto, l’aderenza allo stile delle chiese paleocristiane è evidente dalla tipica T formata dal transetto e dal cappellone absidale.

Molto vari i materiali impiegati per la costruzione: roccia calcarea, pietra lavica, malta. Originariamente, i pavimenti e il tetto erano in cotto. Le pareti, come testimoniano alcune tracce ancora presenti, erano decorate con affreschi di fattura bizantina.

Il termine “Cuba” (cubbula, in siciliano) ha un’etimologia controversa: potrebbe derivare dall’ arabo “qubba” (cupola) o dal latino “cupa” (botte); oppure, più semplicemente, potrebbe riferirsi alla forma cubica dell’edificio.

 

La facciata, a due ordini, è rivolta a oriente e presenta l’aspetto tipico delle chiese basiliane; secondo alcuni rilievi, sarebbe stata originariamente preceduta da un portico per penitenti e catecumeni, di cui oggi restano solo i contrafforti.

L’arco, di forma rotonda, ricorre in tutta la struttura, dal portale alle volte a crociera, caratterizzando anche le finestre e la grande trifora.

A dispetto della sua datazione, la Cuba di Santa Domenica presenta quindi una pluralità di aspetti che ne attestano la forte dipendenza dalla cultura bizantina. In più, il rinvenimento di due scheletri di età bizantina durante i restauri degli anni Novanta ha fatto ipotizzare l’esistenza di un attiguo cimitero preesistente alla costruzione. Non è quindi da escludersi che l’edificio possa essere in qualche modo associato alla presenza di una piccola comunità rurale di cultura greca. In ogni caso, attesterebbe l’esistenza in loco di forme culturali e cultuali di provenienza bizantina, ancora ben radicate in epoca normanna.

Il primo Medioevo ha visto fiorire in Sicilia un certo numero di monasteri basiliani, concentrati soprattutto nella parte orientale dell’isola.  L’avvento dei normanni rese la sopravvivenza di queste comunità particolarmente difficile, data la propensione dei nuovi regnanti a favorire il monachesimo benedettino. Le piccole dimensioni della Cuba rendono plausibile l’ipotesi che il luogo di culto possa essere appartenuto ad un cenobio ortodosso il cui organico si fosse ormai notevolmente ridotto.

Attualmente visitabile, la Cuba di Santa Domenica è stata dichiarata monumento nazionale nel 1909 grazie alla campagna di studio e rivalutazione condotta dell’archeologo siracusano Sebastiano Agati.

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagini

La prima foto è di Luigi Strano, da Flickr

tutte le altre sono tratte dal sito http://www.romanic.eu

Dieci poesie di Mariannina Coffa

La potenza della donna

A te la voce dell’ amor fu data,
A te la gloria, l’ armonia, l’ affetto,
Quando d’arcana speme inebriata,
Più sublime ti fai d’ ogni altro obietto.

E allor che di splendore irradiata
La bella chioma ti discende al petto
E di virtù favelli… oh, in te traslata
Veggio la possa dell’ eterno Detto!

E nei rai, nella voce, e nel sorriso
Fulge il gaudio di Dio che ti feconda,
Che congiunge la terra al paradiso!

Donna, che sei tu dunque?.. e Vita, e Morte. . .
E spesso adduci alla beata sponda,
E sovente del Ciel chiudi le porte!

*

Una sera d’està

L’aura che spira tra le verdi fronde
Pare un sospir di Dio;
Il pensiero si svolge, e si confonde
Di vita nell’ oblio;
Di speme un canto che le pene ammuta
Va lieve in sulla terra, e la saluta.

Il mormorio del fresco ruscelletto
Par l’ eco de la speme;
Ahi, la campagna, la foresta ha un tetto
Pel misero che geme,
Solo la terra più crudel, più dura
Nega un asilo ai giusti, alla sventura.

E il raggio della luna incerto e mesto,
Che imbianca i firmamenti,
Che vede? . . il mondo di sciagure infèsto,
E danni, e tradimenti,
E sotto il vago innamorato aspetto
Scopre in cor dei mortali, odio, e sospetto.

Qual dolcezza nell’ animo trabocca
Al mormorio del fonte!. .
Como l’ arpa che cessa d’ esser tòcca
Risponde amico il monte . . .
E dei mesti pensier l’ incerto volo
Si fa sublime nel pensier di un Solo.

*

I sogni

Tremante immago d’ un affetto estinto,
Ombra della speranza e dell‘ oblio,
Vieni al mio cor da tanti strazi avvinto,
Cui solo è guida… e l’ avvenire è Dio!

Vieni bell’ angiol mio!.. d’un lauro è cinto
Il tuo vergine capo… oh almen sei mio
Sei mio nei sogni.. . allor che a te sospinto
Si fa dolce e sublime ogni desio!!

Lieve come il sospir della speranza
Sì soave ti veggio in sulla sera,
Che tetra in sul mattino è la membranza

Forse disceso dall’ eterna sfera
Tu a me ti volgi… cui niun bene avanza…
Che la tua luce immaculata e vera!

*

Amore

Datemi un cor che all’alito
Dell’amor mio s’ispiri,
Che i suoi più dolci palpiti
Confonda ai miei sospiri,
Un cor che la sua vita
Senta al mio core unita,
Che ai miei segreti spasimi
Conceda il suo dolor!
Datemi un cor che intendere
Possa il mio spirto anelo,
Ch’abbia il candor degli angeli
Ch’ami qual s’ama in cielo.
Oh! Solo allor potrei
Credere ai sogni miei,
Viver potrei nell’estasi
Del canto e dell’amor.

*

A Luisa……
In un momento d’estasi magnetica

Bella, che il guardo appunti
Oltre il confin della mortale idea,
Che in un solo desio mostri congiunti
Il cor che piange e il core che si bea,
Dell’occhio onniveggente
Raggio disceso nell’argilla muta,
Miracol novo d’armonia tu sei!
D’un’armonia dolente
Che parla a’ mesti e l’anima trasmuta
In un sogno di luce a’ sogni miei.
Farfalla innamorata
Ch’ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrïata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch’io piango… ti adoro… e grido anch’io:
Ecco un baleno dell’eterno vero,
Ecco una fiamma dell’etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio!
Se l’anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de’ cieli:
Deh riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni a la terra il mio pensiere!
No, non fuggir… consenti
Che teco io sugga l’armonie passate,
E l’ebrezza dell’alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirto accenso per virtù del core:
Lascia ch’io m’erga al sospirato eliso,
Ch’io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo — l’anima non more!

*

Ombra adorata

Che mi valse l’ingegno,il core e l’arte
Se te perdendo ogni Ciel perdei?
Se il nume che fu vita ai sogni miei
Mi condanna tacendo e si diparte?
Oh se vedrai queste dolenti carte
Che d’un alito ignoto accendi e bei
Saprai ch’ove sospiri,e piangi e sei
Ivi piange il mio core a parte a parte.
Saprai ch’io t’amo,ed è miracol novo
La vita mia….perchè son morta e vivo,
E là dove non sei non ritrovo!
Saprai, ch’ombra adorata,a me d’accanto
Ti riveggio pur sempre o sogno o scrivo
E più che il labro tuo trovo il tuo pianto.

Da “San Luigi”
Fior solitario che in se stesso ha vita,
Astro gentil che la sua luce ignora,
Rondine senza posa, arpa ferita,
Cigno che fuor dell’onda incurvo plora,
Ghirlanda in su la tomba illanguidita,
Che perde il primo incanto e olezza ancora…
È desso!… è l’innocente peregrino,
È il vago raggio d’un pensier divino.
Bello come il fulgor dei firmamenti,
Chinato il volto all’ombra del mistero,
È l’angiol della speme e dei portenti
Che novi patti indice al mondo intero:
E fermo il vol su le smarrite genti
Ricongiunge ogni voto, ogni pensiero,
E meschini e pusilli e grandi e prodi
Tragge a l’amor con più possenti nodi…
Chè amor soltanto riconforta e sprona
E chiude in un accento e fede e speme;
E coi forti e coi deboli ragiona,
E la possanza e l’avvenir non teme.
Oh che vale lo scettro e la corona
Senza quei gaudî armonizzati insieme?!
All’ombra della croce e del dolore
È altare, è fiamma, è sacerdote, amore.

*

All’angelo mio

Angelo mio, che i sogni innamorati
Soavemente riconforti e bei,
Che sorridi pietoso a’ lagni miei
E ridesti la mente ai dì beati,

Nume che i miei pensier distruggi o crei
Sol che mi volga i lumi addolorati,
O mi fuggi, o t’involi… e tempi e fati
Mio ti disser nascendo, e mio tu sei!

Amarti!… Oh se potessi, angelo mio,
Un istante seguirti oltre le sfere
Che mi contende questa fral natura,

Perennemente assorta in tuo pensiere,
Ritornerei l’eletta creatura
Inebrïata all’alito di Dio!

*

Ricordi fantastici

Allor che al pallido — raggio di luna
Vagando immemori — per la laguna,
Di arcani tremiti — sommosso il core,
Mi offristi un candido — soave fiore…
Non ho più gaudii — non ho più speme,
Tutti i miei palpiti — svaniro insieme.
Verace imagine — del nostro amor
Quello sol restami — arido fior!
Or se ti veggio — pur da lontano
Mi trema il core — mi struggo invano;
Non so rivolgerti — amico un riso,
L’occulto foco — m’arde nel viso:
Vorrei fuggirti — ma piango e gemo,
Se a me ti appressi — deliro e temo;
Se mi favelli — del tuo dolor
Mi struggo invano — mi trema il cor!
Beata l’aura — dei tuoi sospiri,
Beato il raggio — cui sempre aspiri!
Quel vergin fiore — beato appieno
Che dolcemente — ti langue in seno,
Che mentre estatico — sorridi e pensi
Ti manda l’alito — dei brevi incensi,
E fra i tuoi baci — si curva e muor…
Beata l’aura — beato il fior!
Tu sei pur misero?… — Potessi almeno
L’anima affranta — versarti in seno,
Svelarti i gemiti — l’ansie, gli affanni,
Chiamarti l’angelo — de’ miei prim’anni!…
Ahi! ma quel povero — fiore appassito
Di caste lacrime — oggi è nutrito…
Nel petto lasso — lo serbo ancor,
Ultimo premio — del nostro amor!

*

A…

Chi… chi mi nega il sovrumano incanto
Onde ignota mi struggo, e m’innamoro?
È mia quest’arte, e me l’ha data il pianto,
Nè può comprarla ogni mondan tesoro.
Ma tu venduto alla malia dell’oro,
Ogni alto affetto ogni alto gaudio infranto,
Non sai che donna può levarsi al canto,
E ornar la fronte per sudato alloro!
Non sai che Amor favella al mio pensiero;
E sì l’alma sublima e sì la schiara,
Che i cieli abbraccia e l’universo intero!
Io ti compiango, ti perdono… e oblio —
È misero, non reo, chi non impara
Ch’arte è natura, e che natura è Dio.

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Mariannina Coffa Caruso nacque a Noto ( SR ) il 30 settembre 1841.
Il padre, stimato avvocato, fu un patriota attivo nelle rivoluzioni del 1848 e 1860: da lui, Mariannina mutuò quel profondo e acceso “amor di patria” di cui sono pervasi tanti suoi componimenti. Inoltre, fu proprio lui a incoraggiare, per primo, le straordinarie doti della sua “bambina prodigio”, conducendola fin dalla più tenera età nei salotti e nelle accademie: qui, Mariannina improvvisava versi estemporanei fra lo stupore e l’ammirazione generale, dando prova di un talento precoce e di una sensibilità non comune. A soli 17 anni, faceva già parte di diverse accademie prestigiose, come quelle degli Zelanti di Catania e dei Trasformati di Noto.

Educata dapprima in collegio e poi sotto la guida di un precettore, apprese versificazione e francese. Per contenere il suo temperamento passionale, il padre le scelse come precettore un canonico, così da indirizzarla verso temi di carattere religioso: tuttavia, la sua scrittura resistette a qualsiasi tentativo di controllo, e restò di forte impronta romantica.

Ancora giovanissima, la poetessa si innamoro’, ricambiata, del suo maestro di pianoforte, il venticinquenne Ascenso Maceri. I genitori, però, le avevano trovato il classico “buon partito” in Giorgio Morana, un ricco proprietario terriero di Ragusa. Ascenso le propose di fuggire insieme: nonostante l’amore profondo che provava, Mariannina non ebbe la forza di lottare contro il volere dei genitori e si piegò al matrimonio di convenienza. Ascenso non glielo perdonerà mai.

Dopo le nozze (1860), la Coffa Caruso si trasferì a Ragusa, dove condusse un’esistenza triste e opprimente. Il marito era spesso assente da casa a causa dei suoi numerosi impegni politici (era il sindaco della città); in più, Mariannina doveva sopportare l’ostilità del suocero, un uomo gretto e pieno di pregiudizi che la criticava aspramente, ritenendo la cultura – e soprattutto la scrittura – un’attività scandalosa, assolutamente non adatta ad una donna perbene. Per evitare discussioni, l’autrice era costretta a leggere e a comporre nottetempo, di nascosto.

Mariannina era fragile e delicata non solo nell’animo, ma anche nel corpo: le gravidanze, la conduzione della casa, la continua pressione psicologica a cui era sottoposta e il dolore per la morte di una figlia finirono per indebolirla, intaccando pesantemente la sua salute. A ciò si aggiunse la ripresa dei contatti con Ascenso, con il quale tenne per un certo periodo una fitta corrispondenza. Questo evento avrebbe dovuto rappresentare un conforto alla sua vita tormentata; invece, le diede nuove amarezze, perché l’amato non perdeva occasione per recriminare sul passato. Mariannina tentò anche di incontrarlo, in segreto, a Ragusa: ma lui non si presentò, ponendo fine a qualsiasi possibilità di riappacificazione.

Dopo questa delusione, Mariannina si gettò a capofitto nella sua “doppia vita” di madre di famiglia e poetessa. Si iscrisse a diverse accademie e collaborò con riviste letterarie di tutta Italia; intrattenne rapporti epistolari e di amicizia con artisti e letterati (Mario Rapisardi, Giuseppe Macherione, Lionardo Vigo, solo per citarne alcuni). I suoi ideali romantici e patriottici, uniti alla crescente insofferenza verso una società ipocrita che sminuiva l’intelletto, i valori dello spirito e soprattutto le capacità della donna, la avvicinarono ad alcune logge massoniche. L’amicizia con il medico omeopata Giuseppe Migneco la iniziò allo spiritismo e al sonnambulismo, pratiche con le quali sperava di curare i mali del fisico e della psiche.

Col passare del tempo, la sua poesia inasprì i toni di denuncia verso le convenzioni sociali del suo tempo, alle quali venivano quotidianamente sacrificati gli affetti più sacri. Negli ultimi anni, l’infelicità e i rimpianti la portarono a nutrire un sordo rancore contro i genitori e i parenti, per averle impedito di vivere liberamente la sua vita e per la spietata insensibilità manifestata in tante occasioni. La sua decisione di lasciare il marito aggiunse nuovi motivi di attrito e di rancore: preoccupati per lo scandalo, infatti, i familiari le voltarono le spalle, abbandonandola al suo destino durante la malattia che doveva portarla alla morte. Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 36 anni.

Apprezzata dai suoi contemporanei che la chiamarono con ammirazione “Capinera di Noto” e “Saffo netina”, la Coffa Caruso è stata rivalutata ulteriormente negli ultimi anni, grazie a una più ampia diffusione delle sue opere e agli studi che le sono stati dedicati. I suoi versi, tecnicamente raffinati e al tempo stesso ricchi di una passione vibrante, hanno delineato intorno alla sua figura un’aura di “maledettismo” che contrappone alla Mariannina giovane, romantica e ingenuamente animata da un caldo afflato patriottico la Mariannina rabbiosa, sofferta e disillusa che emerge soprattutto nelle opere più mature. Una voce che si ribella, quasi con violenza, all’aridità sentimentale e intellettuale della buona società borghese del periodo post-unitario e soprattutto alle regole assurde imposte alle donne, costrette in un ruolo che spesso le soffoca e le mortifica.

Donatella Pezzino

Fonti:

– AA. VV., Antologia poetica siciliana del secolo XIX a cura di Francesco Guardione Palermo 1885
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa Caruso da Noto, Noto, Stamperia Spagnoli 1859
– Nuovi canti, di Mariannina Coffa in Morana da Noto, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice 1863.

 

Segesta

Il parco archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), la città si alleò con Roma, alla quale la univa il mito della comune discendenza troiana. I romani proclamarono Segesta “civitas libera et immunis”, assegnandole vasti territori, che comprendevano probabilmente anche la vicina Erice. La Segesta di età romana vide un progressivo spostamento del suo abitato verso la zona costiera settentrionale dell’isola, nei pressi dell’odierna Castellammare del Golfo, dove sgorgava una sorgente termale passata alla storia con il nome, appunto, di “Thermae segestanae”. Nell’alto Medioevo, Segesta venne poi definitivamente devastata – forse ad opera dei vandali – e mai più ricostruita. In seguito, i Normanni vi eressero un castello, intorno al quale si sviluppò un borgo medievale, e di Segesta si perdettero sia il nome che la memoria. La localizzazione dell’antica città avvenne solo alla fine del XVI secolo, ad opera di Tommaso Fazello. A partire dal Settecento, il sito attrasse studiosi, viaggiatori e archeologi provenienti da tutto il mondo; in questo periodo, il tempio venne sottoposto ai primi restauri.

Le strutture di Segesta che ancora oggi possiamo ammirare attestano l’elevato livello di ellenizzazione raggiunto dagli elimi in un lasso di tempo che, data la sua brevità, ne confermerebbe l’origine troiana o comunque greca. Già nel V secolo a.C., infatti, la monetazione segestana recava leggenda greca; di stretta influenza greca, inoltre, è il santuario i cui resti sono stati rinvenuti in contrada Mango, insieme a cocci di vasellame preistorico, ellenistico e romano. Il ritrovamento di alcune iscrizioni, che riportano in caratteri greci un idioma sconosciuto, ha costituito la chiave per la ricostruzione della lingua elima.

Il teatro, databile al III-II sec. a.C., è stato costruito con un insolito orientamento verso nord, forse per consentire agli spettatori di godere dello splendido panorama. E’ di piccole dimensioni, con una cavea dal diametro di appena 63 metri; i sedili sono stati ricavati operando direttamente sulla collina. Sotto la cavea è ancora accessibile una grotta naturale, che gli architetti vollero conservare in fase di costruzione e che forse fu adibita a luogo di culto. La scena, secondo le ricostruzioni degli esperti, era riccamente ornata da colonnine, pilastri e altri elementi decorativi; l’orchestra, come nel teatro siracusano, era fornita di un passaggio sotterraneo attraverso il quale gli attori potevano sbucare in scena “dal nulla”, sorprendendo il pubblico.

I lavori di costruzione del grande tempio dorico cominciarono nell’ultimo trentennio del V secolo a.C. La struttura, presumibilmente progettata da un architetto greco, si presenta incompleta: è infatti priva della cella interna e del tetto, oltre che delle rifiniture accessorie. Non si conosce quindi la divinità alla quale il tempio sarebbe stato dedicato, così come, allo stato attuale delle ricerche, non si è riusciti a formulare teorie certe sulla natura del suo peculiare aspetto. Secondo alcuni studiosi, la sua incompletezza sarebbe “voluta”, in quanto riconducibile ad un particolare tipo di santuario elimo. Diversi elementi smentirebbero tale possibilità, accreditando invece l’ipotesi che si tratti di un tempio greco in piena regola e che la sua costruzione sia stata interrotta per motivi bellici. Il periodo di inizio dei lavori, infatti, coincide con la lunga e tormentata stagione di guerre che impegnò Segesta contro la città rivale.

Quello di Segesta è un tempio “esastilo”(ovvero con sei colonne per ognuno dei lati corti) con quattordici colonne su ogni lato lungo, per un totale di trentasei imponenti colonne dell’altezza di dieci metri. Il colonnato della peristasi, perfettamente conservato, si presenta nella sua interezza, ed è completo di trabeazione (architrave, fregio e cornice). Il tetto e la cella interna sono mancanti, le colonne non sono scanalate; sul crepidoma (la piattaforma su cui poggia la costruzione) si notano ancora le “bugne”, ovvero le protuberanze che venivano apposte per proteggere il blocco durante la messa in opera e che sarebbero state poi eliminate in fase di rifinitura.

Tali dettagli hanno avvalorato la tesi secondo cui l’edificio era destinato ad essere completato, tanto più che, interrate all’interno, sono state ritrovate tracce di un abbozzo della cella. Gli scavi hanno portato alla luce anche resti di costruzioni precedenti: ciò ha fatto pensare che il tempio si ponesse in soluzione di continuità con un luogo di culto ancora più antico.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Vincenzo Tusa, Segesta, Palermo, Sellerio, 1991
  • Margaret Guido, Guida Archeologica della Sicilia, Palermo, Sellerio, 2000
  • Moses J.Finley, Storia della Sicilia antica, Roma-Bari, Laterza, 2009

Foto:

1 – Alessandro Pezzato da Flickr

2 – Ecolalia da Flickr

3 – Angel TO da Flickr

4 – Luca Pradella da Flickr

5 – Ecolalia da Flickr

6 – Alessio da Flickr

7 – Valter Manetta da Flickr

8 – Mingo Hagen da Flickr

9 – Bjs da Wikipedia

Sperduti nel buio, il grande scomparso

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo. Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri.

Il soggetto si prestava magnificamente, fra l’altro, ai gusti del grande pubblico di quell’epoca: la gente chiedeva emozioni forti, colpi di scena, rabbia, lacrime. Il sottotitolo del dramma di Bracco era già un manifesto di questa tendenza: “Gente che gode, gente che soffre”. Paolina, la protagonista, è il trait d’union di due mondi opposti, quello dei reietti e quello dell’opulenza. Figlia illegittima del Duca di Vallenza, la ragazza vive nei bassifondi una vita di stenti e di umiliazioni, a cui il suo nobile padre cerca di sottrarla quando, ormai anziano e malato, decide di riparare agli errori del passato e di lasciarla erede di tutti i suoi beni. Glielo impedisce la sua amante, Livia, una donna avida e malvagia, che riesce con l’inganno ad appropriarsi di ogni cosa. Paolina, nel frattempo, incontra Nunzio, un suonatore cieco, con cui finisce per condividere la vita e il destino.

Allo scopo di conservare la carica espressiva della finzione scenica, Martoglio selezionò i suoi attori fra i migliori talenti tragici dell’epoca: Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso per le parti di Paolina e di Nunzio, nonché Maria Carmi e Dillo Lombardi (che l’anno dopo scelse come protagonisti del suo Teresa Raquin) quali interpreti di Livia e del duca. La forte personalità di Grasso e della Balistrieri diede alla vicenda – che nasceva ambientata a Napoli – una forte impronta di sicilianità.

Il film riscosse un buon successo – nonostante le difficoltà nella distribuzione dovute allo scoppio della guerra – ed ebbe fra i suoi estimatori lo stesso Roberto Bracco, inizialmente mal disposto verso il cinema e verso una trasposizione che avrebbe potuto snaturare il valore artistico della sua opera. Per assicurarsi che i caratteri originari del dramma non venissero alterati, Bracco collaborò personalmente con Martoglio alla preparazione della sceneggiatura. Negli anni Trenta, la pellicola cominciò ad attirare l’interesse degli studiosi, colpiti dalla sua evidenza documentaria e dalla sua atmosfera altamente drammatica.

Nonostante i ripetuti tentativi di recupero, di Sperduti nel buio e delle altre pellicole trafugate, ancora oggi, non c’è traccia. Dopo l’incursione di Van Daalen al Centro, si sa solo che il materiale è arrivato in Germania. Secondo alcune fonti, potrebbe essere stato rubato dai Russi e distrutto da un incendio nel corso delle operazioni di trasferimento. Secondo altre notizie, le pellicole sarebbero andate perdute nella devastazione del deposito di Stapen, dove erano state immagazzinate. Certo è che – se escludiamo l’ipotesi che siano in casa di qualche collezionista – non è difficile che un materiale come la pellicola, delicato e altamente infiammabile, possa, trattato senza le dovute cautele, essersi deteriorato irrimediabilmente durante gli spostamenti.

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Di Sperduti nel buio ci restano oggi la sceneggiatura originale e alcune fotografie, che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha raccolto e pubblicato nel 1987 in un unico volume, in omaggio ad uno dei più preziosi gioielli della storia del nostro cinema.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987.

Foto:

1 – 2 – 8 : Paolina e Nunzio (Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso).

3:    Livia e il duca (Maria Carmi e Dillo Lombardi).

4:   Il duca abbandona Paolina e sua madre  (Vittoria Moneta, Dillo Lombardi e la bimba che impersona Paolina da piccola).

5: Primavera 1914, (da sin.) Giovanni Grasso, Maria Carmi. Dillo Lombardi, il regista Nino Martoglio, l’autore Roberto Bracco, Virginia Balistrieri a Napoli durante una pausa della lavorazione di Sperduti nel buio.

6: La locandina con l’annuncio dell’uscita del film.

7: Paolina (Virginia Balistrieri) in una scena del film.

Foto dal volume Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987, ad eccezione delle foto 4 – 5 – 8, tratte da Wikipedia.