Segesta

Il parco archeologico di Segesta sorge sul Monte Barbaro, una suggestiva zona collinare a nord-ovest di Calatafimi, in provincia di Trapani. Il paesaggio, che alterna alture, gole e vallate, si distingue per la straordinaria bellezza della sua natura incontaminata e per gli imponenti resti dell’antica città, fra i quali spiccano il teatro greco e il grande tempio dorico.

La città fu fondata dagli Elimi, gruppo indigeno del quale Tucidide segnala l’origine troiana. Sembra infatti che questo popolo sia la risultante della fusione tra i profughi scampati alla distruzione di Troia, alcuni emigrati focesi provenienti dal Mediterraneo orientale e la locale etnia sicana. Non si conosce con esattezza la data di fondazione, ma i reperti portano ad ipotizzare che il sito fosse già abitato nel IX secolo a.C.

La storia più antica di Segesta è strettamente legata a quella della vicina Selinunte. Le due comunità, infatti, rivaleggiarono costantemente per questioni di confine e a causa delle mire espansionistiche dei selinuntini verso l’entroterra. Il conflitto entrò nella sua fase più critica nel V secolo a C.,  quando le due città, nel tentativo di sopraffarsi l’un l’altra, cercarono potenti alleati nei greci, nei siracusani e nei cartaginesi. La lunga stagione di guerre che ne scaturì portò alla sconfitta e alla distruzione di Segesta da parte del tiranno di Siracusa Agatocle, che ne cambiò il nome in Diceopoli (307 a.C.). Successivamente, la città riuscì a risollevarsi e riprese il suo vecchio nome.

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), la città si alleò con Roma, alla quale la univa il mito della comune discendenza troiana. I romani proclamarono Segesta “civitas libera et immunis”, assegnandole vasti territori, che comprendevano probabilmente anche la vicina Erice. La Segesta di età romana vide un progressivo spostamento del suo abitato verso la zona costiera settentrionale dell’isola, nei pressi dell’odierna Castellammare del Golfo, dove sgorgava una sorgente termale passata alla storia con il nome, appunto, di “Thermae segestanae”. Nell’alto Medioevo, Segesta venne poi definitivamente devastata – forse ad opera dei vandali – e mai più ricostruita. In seguito, i Normanni vi eressero un castello, intorno al quale si sviluppò un borgo medievale, e di Segesta si perdettero sia il nome che la memoria. La localizzazione dell’antica città avvenne solo alla fine del XVI secolo, ad opera di Tommaso Fazello. A partire dal Settecento, il sito attrasse studiosi, viaggiatori e archeologi provenienti da tutto il mondo; in questo periodo, il tempio venne sottoposto ai primi restauri.

Le strutture di Segesta che ancora oggi possiamo ammirare attestano l’elevato livello di ellenizzazione raggiunto dagli elimi in un lasso di tempo che, data la sua brevità, ne confermerebbe l’origine troiana o comunque greca. Già nel V secolo a.C., infatti, la monetazione segestana recava leggenda greca; di stretta influenza greca, inoltre, è il santuario i cui resti sono stati rinvenuti in contrada Mango, insieme a cocci di vasellame preistorico, ellenistico e romano. Il ritrovamento di alcune iscrizioni, che riportano in caratteri greci un idioma sconosciuto, ha costituito la chiave per la ricostruzione della lingua elima.

Il teatro, databile al III-II sec. a.C., è stato costruito con un insolito orientamento verso nord, forse per consentire agli spettatori di godere dello splendido panorama. E’ di piccole dimensioni, con una cavea dal diametro di appena 63 metri; i sedili sono stati ricavati operando direttamente sulla collina. Sotto la cavea è ancora accessibile una grotta naturale, che gli architetti vollero conservare in fase di costruzione e che forse fu adibita a luogo di culto. La scena, secondo le ricostruzioni degli esperti, era riccamente ornata da colonnine, pilastri e altri elementi decorativi; l’orchestra, come nel teatro siracusano, era fornita di un passaggio sotterraneo attraverso il quale gli attori potevano sbucare in scena “dal nulla”, sorprendendo il pubblico.

I lavori di costruzione del grande tempio dorico cominciarono nell’ultimo trentennio del V secolo a.C. La struttura, presumibilmente progettata da un architetto greco, si presenta incompleta: è infatti priva della cella interna e del tetto, oltre che delle rifiniture accessorie. Non si conosce quindi la divinità alla quale il tempio sarebbe stato dedicato, così come, allo stato attuale delle ricerche, non si è riusciti a formulare teorie certe sulla natura del suo peculiare aspetto. Secondo alcuni studiosi, la sua incompletezza sarebbe “voluta”, in quanto riconducibile ad un particolare tipo di santuario elimo. Diversi elementi smentirebbero tale possibilità, accreditando invece l’ipotesi che si tratti di un tempio greco in piena regola e che la sua costruzione sia stata interrotta per motivi bellici. Il periodo di inizio dei lavori, infatti, coincide con la lunga e tormentata stagione di guerre che impegnò Segesta contro la città rivale.

Quello di Segesta è un tempio “esastilo”(ovvero con sei colonne per ognuno dei lati corti) con quattordici colonne su ogni lato lungo, per un totale di trentasei imponenti colonne dell’altezza di dieci metri. Il colonnato della peristasi, perfettamente conservato, si presenta nella sua interezza, ed è completo di trabeazione (architrave, fregio e cornice). Il tetto e la cella interna sono mancanti, le colonne non sono scanalate; sul crepidoma (la piattaforma su cui poggia la costruzione) si notano ancora le “bugne”, ovvero le protuberanze che venivano apposte per proteggere il blocco durante la messa in opera e che sarebbero state poi eliminate in fase di rifinitura.

Tali dettagli hanno avvalorato la tesi secondo cui l’edificio era destinato ad essere completato, tanto più che, interrate all’interno, sono state ritrovate tracce di un abbozzo della cella. Gli scavi hanno portato alla luce anche resti di costruzioni precedenti: ciò ha fatto pensare che il tempio si ponesse in soluzione di continuità con un luogo di culto ancora più antico.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Vincenzo Tusa, Segesta, Palermo, Sellerio, 1991
  • Margaret Guido, Guida Archeologica della Sicilia, Palermo, Sellerio, 2000
  • Moses J.Finley, Storia della Sicilia antica, Roma-Bari, Laterza, 2009

Foto:

1 – Alessandro Pezzato da Flickr

2 – Ecolalia da Flickr

3 – Angel TO da Flickr

4 – Luca Pradella da Flickr

5 – Ecolalia da Flickr

6 – Alessio da Flickr

7 – Valter Manetta da Flickr

8 – Mingo Hagen da Flickr

9 – Bjs da Wikipedia

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Sperduti nel buio, il grande scomparso

Roma, 1943. Una pattuglia di soldati tedeschi agli ordini del tenente Van Daalen fa irruzione nei locali del Centro Sperimentale di Cinematografia e porta via quasi tutto il materiale custodito negli archivi. Nel bottino, un patrimonio di grandissimo valore culturale e artistico: la Cineteca, infatti, conservava pellicole di varie epoche, alcune delle quali rarissime. Fra queste, il capolavoro del muto Sperduti nel buio (1914), nell’unico esemplare ad oggi conosciuto.

Basato sull’omonimo dramma teatrale di Roberto Bracco (1901), Sperduti nel buio porta la firma di quel genio multiforme e avanguardista che fu Nino Martoglio. Attraverso l’opera di Bracco, Martoglio tradusse il verismo letterario in immagini di intenso impatto emotivo, con intuizioni che, secondo molti critici, hanno anticipato in modo sorprendente alcuni caratteri peculiari del cinema neorealista.

Merito dello scrittore e regista catanese fu l’aver compreso che ciò che rappresentava un limite in teatro poteva diventare un punto di forza sul grande schermo. Il lavoro teatrale di Bracco, infatti, era concepito con una struttura “a blocchi” che presentava alcune inevitabili difficoltà al momento di essere messo in scena: la vicenda non procedeva fluida e continua, ma “saltava” da uno scenario all’altro, spezzando l’uniformità del tessuto narrativo. Sul palcoscenico, dove è la parola a focalizzare l’attenzione, questo impianto poteva risultare statico e di difficile comprensione; nel film, invece, dove è la sequenza di immagini a farla da padrone, esso poteva rendere la narrazione più varia e dinamica, grazie soprattutto ad un espediente tecnico di grande efficacia: il montaggio. Di grande effetto, nel caso di Sperduti nel buio, fu il cosiddetto “montaggio di contrasto” che metteva bruscamente a raffronto gli ambienti lussuosi e quelli più miseri.

Il soggetto si prestava magnificamente, fra l’altro, ai gusti del grande pubblico di quell’epoca: la gente chiedeva emozioni forti, colpi di scena, rabbia, lacrime. Il sottotitolo del dramma di Bracco era già un manifesto di questa tendenza: “Gente che gode, gente che soffre”. Paolina, la protagonista, è il trait d’union di due mondi opposti, quello dei reietti e quello dell’opulenza. Figlia illegittima del Duca di Vallenza, la ragazza vive nei bassifondi una vita di stenti e di umiliazioni, a cui il suo nobile padre cerca di sottrarla quando, ormai anziano e malato, decide di riparare agli errori del passato e di lasciarla erede di tutti i suoi beni. Glielo impedisce la sua amante, Livia, una donna avida e malvagia, che riesce con l’inganno ad appropriarsi di ogni cosa. Paolina, nel frattempo, incontra Nunzio, un suonatore cieco, con cui finisce per condividere la vita e il destino.

Allo scopo di conservare la carica espressiva della finzione scenica, Martoglio selezionò i suoi attori fra i migliori talenti tragici dell’epoca: Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso per le parti di Paolina e di Nunzio, nonché Maria Carmi e Dillo Lombardi (che l’anno dopo scelse come protagonisti del suo Teresa Raquin) quali interpreti di Livia e del duca. La forte personalità di Grasso e della Balistrieri diede alla vicenda – che nasceva ambientata a Napoli – una forte impronta di sicilianità.

Il film riscosse un buon successo – nonostante le difficoltà nella distribuzione dovute allo scoppio della guerra – ed ebbe fra i suoi estimatori lo stesso Roberto Bracco, inizialmente mal disposto verso il cinema e verso una trasposizione che avrebbe potuto snaturare il valore artistico della sua opera. Per assicurarsi che i caratteri originari del dramma non venissero alterati, Bracco collaborò personalmente con Martoglio alla preparazione della sceneggiatura. Negli anni Trenta, la pellicola cominciò ad attirare l’interesse degli studiosi, colpiti dalla sua evidenza documentaria e dalla sua atmosfera altamente drammatica.

Nonostante i ripetuti tentativi di recupero, di Sperduti nel buio e delle altre pellicole trafugate, ancora oggi, non c’è traccia. Dopo l’incursione di Van Daalen al Centro, si sa solo che il materiale è arrivato in Germania. Secondo alcune fonti, potrebbe essere stato rubato dai Russi e distrutto da un incendio nel corso delle operazioni di trasferimento. Secondo altre notizie, le pellicole sarebbero andate perdute nella devastazione del deposito di Stapen, dove erano state immagazzinate. Certo è che – se escludiamo l’ipotesi che siano in casa di qualche collezionista – non è difficile che un materiale come la pellicola, delicato e altamente infiammabile, possa, trattato senza le dovute cautele, essersi deteriorato irrimediabilmente durante gli spostamenti.

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Di Sperduti nel buio ci restano oggi la sceneggiatura originale e alcune fotografie, che il Centro Sperimentale di Cinematografia ha raccolto e pubblicato nel 1987 in un unico volume, in omaggio ad uno dei più preziosi gioielli della storia del nostro cinema.

Donatella Pezzino

Fonti:
– Wikipedia
Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987.

Foto:

1 – 2 – 8 : Paolina e Nunzio (Virginia Balistrieri e Giovanni Grasso).

3:    Livia e il duca (Maria Carmi e Dillo Lombardi).

4:   Il duca abbandona Paolina e sua madre  (Vittoria Moneta, Dillo Lombardi e la bimba che impersona Paolina da piccola).

5: Primavera 1914, (da sin.) Giovanni Grasso, Maria Carmi. Dillo Lombardi, il regista Nino Martoglio, l’autore Roberto Bracco, Virginia Balistrieri a Napoli durante una pausa della lavorazione di Sperduti nel buio.

6: La locandina con l’annuncio dell’uscita del film.

7: Paolina (Virginia Balistrieri) in una scena del film.

Foto dal volume Sperduti nel buio, a cura di Alfredo Barbina, Torino, Nuova ERI – Edizioni Rai, 1987, ad eccezione delle foto 4 – 5 – 8, tratte da Wikipedia.

Villa D’Ayala-Excelsior, il tesoro scomparso

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo.

 

Alla magnificenza degli interni traboccanti di stucchi, volute, ornamentazioni, vetrate, colonne, loggiati, marmi, bronzi, arredi preziosi e oggetti di grande valore, faceva riscontro la straordinaria bellezza di un giardino con palmizi e piante rare. La casa aveva un piano terreno e due sopraelevati: lucernari e grandi finestroni la riempivano di luce, offrendo una splendida vista sull’Etna e sul mare. Si era in piena Belle Epoque: oltre a godersi la pace suggestiva del sito, i proprietari amavano quindi, come tutte le persone del loro ceto, condurre una vita mondana e sfarzosa.

Poi, un giorno, improvvisamente, la tragedia: la figlia minore dei conti, una bimba di appena quattro anni, sfugge alla sorveglianza della governante e si arrampica fino ad un lucernario. Il vetro cede e la piccola precipita nel salone sottostante, morendo nell’impatto. I genitori, sopraffatti dal dolore, trovano in fretta un compratore e abbandonano per sempre il luogo meraviglioso che aveva distrutto le loro vite.

Villa d’Ayala divenne così proprietà del barone Fisauli che la rivendette successivamente ai fratelli Pappalardo, esponenti della nuova borghesia catanese. I Pappalardo trasformarono l’edificio in un lussuoso caffè-ristorante-dancing. Negli anni Trenta, il piano terra del fabbricato fu ceduto al RACI (Reale Automobil Club d’Italia). Negli anni del secondo conflitto mondiale, la villa fu requisita dai tedeschi e dagli inglesi e subì, come è facilmente immaginabile, razzie e danneggiamenti di ogni tipo. Tornatone in possesso dopo la guerra, il dott. Alberto Pappalardo fece tutto il possibile per riparare i danni, attrezzando i saloni per feste e ricevimenti e cambiandole il nome in Villa Excelsior.

Ma questa rinascita era destinata a non durare. Negli anni successivi, la dimora passò all’Aeroclub, al Club Calcio Catania, al Circolo Rossazzurro; infine, nel 1958, fu consegnata alle ruspe e vergognosamente demolita, mentre la modernità avanzava a grandi passi trasformando il luogo ameno di un tempo nella trafficatissima zona che è oggi. Al suo posto fu eretto il palazzone di cemento armato destinato ad ospitare l’agenzia n.1 della Banca Commerciale Italiana.

Donatella Pezzino

Foto:

1 – Villa d’Ayala e villino Simili (oggi anch’esso non più esistente) da cataniagiovani.wordpress.com

2- Villa d’Ayala, interno, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

3- Villa d’Ayala, ritratto della contessa nel salone, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

4 – Villa d’Ayala, interno, da Wikipedia

5 – Villa d’Ayala vista da via Alberto Mario (da Catania romantica, di Lucio Sciacca)

6 – Villa d’Ayala, prospetto, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

Fonti:

  • Salvatore Nicolosi (a cura di), Vecchie foto di Catania. Trecento immagini riprese da vari autori fra il 1865 e il 1915, Catania, Tringale Editore, 1985, vol.1
  • Lucio Sciacca, Catania romantica, Vito Cavallotto Editore, 1979.

     

Scavi archeologici a Francavilla di Sicilia

Prosegue la campagna di scavo che vede protagonista Francavilla di Sicilia, sito ubicato nella fertile Valle dell’ Alcantara, sul pendio settentrionale dell’Etna a circa 20 km dalla più antica colonia greca, Naxos. Il 16 ottobre scorso, l’equipe del Dr. Kristian Göransson si è nuovamente recata sul posto per una nuova fase del progetto, nato nel 2015 dalla collaborazione fra l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, il Parco Archeologico di Naxos e il Comune di Francavilla. In questa impresa Göransson, direttore dell’Istituto, si avvale del prezioso supporto degli archeologi svedesi Dott. Henrik Boman e Dott.ssa Monica Nilsson, di alcuni studenti e di alcuni esperti della British School at Rome.

Risalgono al 1979 i primissimi scavi archeologici effettuati a Francavilla quando, all’interno di un santuario arcaico dedicato a Demetra e Persefone, furono portate alla luce alcune terracotte (pinakes) di tipo locrese. Fra gli anni Ottanta e i primi anni del 2000, l’attività di scavo ha interessato l’area in modo saltuario, e per lo più durante la costruzione di edifici o strade; solo a partire dal 2003, in seguito all’espropriazione del terreno privato su cui si trova il sito, l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali ha cominciato ad effettuare ricerche più organizzate e sistematiche. Si è giunti quindi al 2015, anno in cui l’Istituto Svedese di Studi Classici di Roma ha ottenuto l’autorizzazione ad uno scavo quadriennale.

Il sito oggetto degli scavi include una zona nei pressi di Palazzo Cagnone, edificio settecentesco di proprietà del Comune, a nord dell’area scavata nel 2003-2004. “Scopo principale dell’indagine dell’Istituto Svedese di Studi Classici” scrive Göransson “è fare luce sulla relazione del sito con la città di Naxos al momento della sua fondazione e, in una fase successiva, sull’ eventuale identificazione di Francavilla con Kallipolis, città a oggi non localizzata a cui Strabone fa cenno come subcolonia di Naxos. Il progetto mira anche allo studio delle relazioni tra la costa e le aree interne della zona e a chiarire l’influenza culturale dei Greci sull’ entroterra, in particolare la valle di Alcantara e la zona circostante Francavilla, in epoca arcaica e classica.”

L’identificazione certa di questo sito darebbe luogo ad una scoperta sensazionale: Kallipolis, infatti, non è mai stata individuata, e nulla si sa della sua storia se non che fu fondata nel VII secolo a. C. da coloni calcidesi della vicina Naxos e probabilmente distrutta dal tiranno di Siracusa Dionisio I nel 403 a.C.

Un’accurata indagine geofisica preliminare ha rivelato la presenza di resti archeologici ad una profondità di quasi 2 metri; in più, ha appurato che nella parte sud dell’area non esistono costruzioni di poca posteriore all’ antichità, cosa che agevola notevolmente i lavori di scavo. Negli ultimi mesi del 2016 è quindi iniziata la rimozione del terriccio con scavatrici e bobcat, subito seguita dallo scavo a mano.

Questa prima fase ha portato alla scoperta di reperti databili al IV secolo a.C. e di una zona fittamente pavimentata che si dirige verso nord. “Questa superficie” afferma Göransson “ è di difficile interpretazione, in quanto non sembra essere un pavimento né essere dovuta a un crollo.” Tali rinvenimenti confermerebbero la presenza in loco di un complesso di edifici antichi.

Per la conservazione e l’esposizione di tutti i reperti ritrovati dal 1979, è in allestimento la nuova sede museale del vicino Palazzo Cagnone. Attualmente, una parte dei pezzi è conservata al Museo siracusano “Paolo Orsi” ; il resto si trova a Francavilla, nel piccolo antiquarium di via Liguria.

Donatella Pezzino

Immagine 1 da  http://www.siciliafelix.it  

Immagine 2 da  https://www.gazzettinonline.it

Fonti:

 

 

Elvira Mancuso

 

Elvira Mancuso nacque a Pietraperzia, in provincia di Enna (o, secondo alcune fonti, a Caltanissetta) nel 1867.

Scrittrice dimenticata per molti anni, è stata poi rivalutata da Italo Calvino e Leonardo Sciascia, che ne hanno riscoperta l’ opera più significativa, Annuzza la maestrina (1906), romanzo di impronta autobiografica fortemente ispirato al verismo di Verga e di Capuana.

Figlia di un avvocato penalista, fu incoraggiata fin da bambina a coltivare la sua attitudine allo studio; tuttavia, le convenienze sociali ponevano forti limiti anche all’ambiente altoborghese in cui viveva, ed Elvira dovette affrontare l’opposizione dell’intera famiglia di fronte alla sua decisione di iscriversi all’università. Nonostante le resistenze familiari, si laureò a Palermo, dedicandosi poi all’insegnamento nelle scuole elementari, attività che esercitò fino al 1935.

Estremamente sensibile alla delicata condizione femminile nell’Italia del suo tempo, la Mancuso ebbe a cuore i temi dell’emancipazione e della parità dei sessi, tanto da poter essere considerata una precorritrice del movimento femminista. A preoccuparla era soprattutto il ruolo dell’istruzione, ritenuta dalla società dell’epoca sconveniente e addirittura immorale per le donne, e che poteva invece costituire l’unico mezzo di affrancamento dalla subalternità sociale e culturale. Queste considerazioni portarono spesso la sua attività letteraria su posizioni di denuncia sociale, espresse attraverso una scrittura di forte stampo verista.

Nelle sue stesse scelte di vita, l’autrice diede prova di una rara coerenza: decise infatti di restare nubile e di consacrare alla causa in cui credeva tutte le sue energie. In lei la cultura diventava il principale mezzo di affermazione personale e, allo stesso tempo, il modo migliore per diffondere in tutte le donne la coscienza della propria dignità.

Questo suo impegno culminò nella pubblicazione del saggio Sulla condizione della donna borghese in Sicilia (1907): qui, mentre osserva che nel trattare i problemi della Sicilia i sociologi, gli statisti e gli economisti non hanno minimamente sfiorato la questione femminile, Elvira cerca di stimolare le stesse donne a scuotere il proprio giogo. Da donna che vive quotidianamente nel suo contesto, la scrittrice sa che le prime e più gravi resistenze al cambiamento vengono proprio dalle donne, vittime e al tempo stesso, paradossalmente, principali sostenitrici dei secolari stereotipi che le vogliono ignoranti, dipendenti e inferiori all’uomo.

Allo stesso modo, gli scritti di narrativa evidenziano la rassegnazione, la paura di sfidare le convenzioni sociali, l’ isolamento e le piccole ipocrisie di ogni giorno che caratterizzano l’universo femminile non solo siciliano, ma della società post-unitaria in generale. Per dare a tutti questi elementi il giusto risalto, la Mancuso attinge ai moduli espressivi del verismo, con uno stile molto vicino a quello della sua conterranea Maria Messina.

Oltre che del saggio e del romanzo sopra citati, Elvira Mancuso fu autrice di versi e di novelle, pubblicate nell’ultimo decennio dell’Ottocento con vari pseudonimi (come Lucia Vermanos e Ruggero Torres). Alcune delle più apprezzate, come “Storia vera”, risalgono alla sua collaborazione con la rivista femminile fiorentina Cornelia. Tra le altre, si ricordano “Serata in provincia”, “Sogno”, e “Sacrificio”. Morì nel 1958.

Nel 1990, la casa editrice Sellerio ha ripubblicato Annuzza la maestrina, cambiando il titolo in Vecchia storia… inverosimile. Nel romanzo, la tecnica verista e il “flusso di coscienza” tratteggiano una figura femminile – molto lontana dai canoni tradizionali del tempo –  tenacemente protesa alla conquista dell’indipendenza personale, professionale ed economica. Lungi dal rappresentare solo il protagonista di un’opera narrativa, questo singolare (per l’epoca) ritratto diventa, per la Mancuso, strumento di denuncia e di impegno a favore di tutte le donne. Leonardo Sciascia ha scritto in proposito: “In questo libro vi sono molte verità che non invecchiano.”

Donatella Pezzino

Fonti:

Immagine da Wikipedia : Di sconosciuto – http://www.editorialperiferica.com/?s=autores&aut=98, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47478357

Villa Cerami

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l'”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

*

Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice.

Fonti:

“Finire” di Giuseppe Villaroel

 

Anche tu sei passata e lontana, o creatura sognata,
tutta dolcezza e silenzio dagli occhi di selenite.
Anche tu sei passata e lontana! E le rose sono sfiorite
e muoiono giorno per giorno nella villa abbandonata.

Agonia lenta e sottile delle cose che furono nostre,
di tutta la gioia di un’ora che parve eterna e infinita!
Amore profondo in un bacio e pura bellezza di vita
trascorsi per sempre e perduti oltre ogni sogno, oltre…

E dentro il cuore non resta che un’amarezza di rimpianto
come il profumo disseccato di corone funerarie;
rimpianto d’affetti e d’anima sotto le stelle solitarie
che vegliano bianche ne la notte tutte tremule di pianto.
*

Giuseppe Villaroel (Catania, 1889 – Roma, 1965), fu docente, poeta, scrittore, giornalista e critico letterario. Entrato nel giornalismo nel 1915, fondò e diresse il Giornale dell’Isola letterario a Catania; fu critico letterario del Secolo Sera a Milano dal 1925 al 1935, e del Popolo d’Italia dal 1935 al 1943. Curò diverse antologie e si occupò dell’aggiornamento del Nuovissimo Vocabolario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. Collaborò con il Giornale d’Italia, il Resto del Carlino, La Nazione, il Mattino e la Fiera Letteraria; pubblicò dieci volumi di poesie, due romanzi, due volumi di novelle, tre volumi di critica e studi letterari. La sua opera poetica, inizialmente molto vicina al Decadentismo, fu influenzata successivamente dal Crepuscolarismo e dalla Scapigliatura, conservando tuttavia una sua impronta autonoma e distintiva.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l’oboe, Ferrara, A.Taddei Editore, 1920.

Immagine: “L’attesa”, di Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913) da: Pinterest