Villa Cerami

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l'”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

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Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice.

Fonti:

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“Finire” di Giuseppe Villaroel

 

Anche tu sei passata e lontana, o creatura sognata,
tutta dolcezza e silenzio dagli occhi di selenite.
Anche tu sei passata e lontana! E le rose sono sfiorite
e muoiono giorno per giorno nella villa abbandonata.

Agonia lenta e sottile delle cose che furono nostre,
di tutta la gioia di un’ora che parve eterna e infinita!
Amore profondo in un bacio e pura bellezza di vita
trascorsi per sempre e perduti oltre ogni sogno, oltre…

E dentro il cuore non resta che un’amarezza di rimpianto
come il profumo disseccato di corone funerarie;
rimpianto d’affetti e d’anima sotto le stelle solitarie
che vegliano bianche ne la notte tutte tremule di pianto.
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Giuseppe Villaroel (Catania, 1889 – Roma, 1965), fu docente, poeta, scrittore, giornalista e critico letterario. Entrato nel giornalismo nel 1915, fondò e diresse il Giornale dell’Isola letterario a Catania; fu critico letterario del Secolo Sera a Milano dal 1925 al 1935, e del Popolo d’Italia dal 1935 al 1943. Curò diverse antologie e si occupò dell’aggiornamento del Nuovissimo Vocabolario della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo. Collaborò con il Giornale d’Italia, il Resto del Carlino, La Nazione, il Mattino e la Fiera Letteraria; pubblicò dieci volumi di poesie, due romanzi, due volumi di novelle, tre volumi di critica e studi letterari. La sua opera poetica, inizialmente molto vicina al Decadentismo, fu influenzata successivamente dal Crepuscolarismo e dalla Scapigliatura, conservando tuttavia una sua impronta autonoma e distintiva.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Giuseppe Villaroel, La tavolozza e l’oboe, Ferrara, A.Taddei Editore, 1920.

Immagine: “L’attesa”, di Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913) da: Pinterest

Louise Hamilton Caico

Louise Hamilton nacque a Nizza l’ otto febbraio del 1859 (secondo altre fonti, del 1861).

Il padre Federico discendeva dal ramo irlandese degli Hamilton, casato antico e illustre; la madre, Pilatte Zulmà, proveniva da una famiglia di mercanti marsigliesi. Questa fusione dell’elemento irlandese con quello francese conferì al carattere di Louise una eccezionale sensibilità, che si espresse con una multiforme ricchezza di interessi e una grande curiosità verso le altre culture.

Ultima di sei figli, Louise crebbe in un clima familiare culturalmente stimolante. La famiglia abitava a Firenze, nell’antica residenza signorile denominata “La Canovaia” che Federico aveva acquistato nel 1863.

A Firenze,  la giovane Louise conobbe e sposò Eugenio Caico, un giovane e ricco proprietario terriero siciliano nativo di Montedoro. I parenti di Eugenio, e in particolar modo il fratello maggiore Cesare, non approvarono il matrimonio, forse temendo che l’ingresso in famiglia di una straniera portasse ad una dispersione del patrimonio familiare. Per questo, Louise ed Eugenio vissero i loro primi anni di matrimonio a Bordighera, dove nacquero anche i loro cinque figli.

Nel 1897, in seguito alla morte di Cesare Caico, ad Eugenio fu consentito di rientrare a Montedoro e di portare con sè la moglie e i figli: ebbe quindi inizio per Louise quella nuova e importante fase che, come donna Luisa Caico,  doveva condurla alla stesura del suo Sicilian Ways ad Days (tradotto in italiano con il titolo di Vicende e Costumi siciliani).

Rispetto ai celebri viaggiatori del Grand Tour (Goethe, Von Riedesel, Brydone, Houel, ecc.) che cercavano nella Sicilia soprattutto le vestigia di un glorioso passato, Louise scende nella viva realtà del costume e del sentire del luogo, descrivendoli in modo particolareggiato per averli vissuti da vicino giorno per giorno. A ciò si unisce in lei la curiosità per le radici etnico-storiche del linguaggio, dei riti e di alcune usanze, che ella riconduce al paganesimo e a influenze greche o africane.

Il suo verismo e la sua volontà di attinenza al fatto, però, non sono scevri da un sottile e pungente humor inglese, come è evidente in questo passo del libro in cui viene descritto il modo di spolverare delle donne del posto:

Si comincia coll’accertarsi se la finestra è ben chiusa, e, se non lo è, la si chiude, specialmente se è una bella giornata. Prendete poi una frusta dal manico corto – una specie di gatto a nove code fatto di strisce di panno e di flanella e di cenci in generale: con lo strumento ben saldo in mano, cominciate a menar colpi a destra e a sinistra, sulle sedie, sui mobili, sulle pareti, sulle casse verdi – ce n’è sempre qualcuna – in aria, sul pavimento, da tutte le parti, e, mentre voi dedicate le vostre entusiaste energie a questa specie di danza di guerra domestica, la polvere, disturbata, tenta la fuga e s’alza in piccole nuvole al di fuori del raggio d’azione del gatto a nove code vendicatore.

Tuttavia, quel sarcasmo con cui spesso sembra snobbare usi e costumi “barbari” ed estremamente lontani dalla sua mentalità costituisce solo in apparenza l’espressione di un orgoglioso senso di superiorità. Più profondamente, infatti, segnalano il suo forte coinvolgimento nelle vicende di una razza a tratti selvaggia e cruda, ma ricca di una poesia amara e struggente. Ne nascono alcune pagine commosse, come quella che descrive la cerimonia di benedizione dei campi, o di un realismo quasi violento, come quelle dedicate ai minatori:

In silenziosa fila corrono agili giù per le scale e senza emettere suono scompaiono nel nero abisso, che inghiotte le giovani vite, deforma i corpi, e suscita, nei loro cuori di fanciulli, istinti che li portano alla malvagità e all’immoralità. 

Spirito indipendente e intellettualmente aperto, Louise prende molto a cuore la delicata situazione della donna del luogo, che i tempi e lo spazio chiuso di un piccolo paese rurale costringono ad una atroce subalternità sociale e culturale. Nella società maschilista di Montedoro, la prima virtù muliebre sembra essere l’invisibilità: lo scomparire del tutto in un ruolo predefinito (figlia, moglie, madre) senza alcuna concessione alla persona, ai suoi desideri e alla sua dignità.

Illustrato da un nutrito corredo di immagini –  creato dalla stessa Louise ritraendo personaggi e scene ordinarie di Montedoro con la sua piccola Kodak a soffietto –  il libro si articola in varie sezioni che si soffermano su vari aspetti della vita quotidiana del paese: dalle stanze di casa Caico (di cui ella si trovò, in un certo senso, a rivoluzionare l’assetto e i ritmi) alle miniere di zolfo, dalle cerimonie private (matrimoni, battesimi, funerali) alle feste religiose nelle quali il sacro si mescola a reminiscenze pagane e al gusto del macabro. Colpiscono i ritratti dei vari personaggi del posto, tratteggiati con vivido realismo: il personale di servizio e i frequentatori di casa Caico, alcuni paesani, la sposa-bambina, i minatori ma soprattutto il soprastante Alessandro, sua preziosa guida e guardia del corpo. Grande assente il marito: Eugenio Caico, infatti, non viene mai menzionato nelle pagine del libro. La mancanza di un riferimento così importante non è casuale: l’argomento, infatti, era un tasto dolente per Louise.

Il matrimonio di Louise ed Eugenio aveva risentito negativamente della permanenza a Montedoro: il contesto metteva in evidenza la loro appartenenza a mondi diversi, rendendo problematica la convivenza (soprattutto dopo la partenza dei figli, attratti dalla mondanità moderna e lussuosa di Palermo). Fra i due si crearono, a lungo andare, conflitti insanabili, fino alla definitiva separazione.

Louise lasciò Montedoro nel 1923 per trasferirsi a Palermo, dove andò a vivere con i figli. Qui frequentò i migliori ambienti della cultura, dedicandosi alla stesura dei suoi scritti.

Aveva una perfetta padronanza del francese, dell’italiano e dell’inglese: oltre a Sicilian Ways and days , uscito per la prima volta a Londra nel 1910, pubblicò quindi diverse traduzioni, fra cui  Come essere felici pur essendo sposati di Hardy e Il tempo sepolto di Maeterlinke. Il suo interesse verso l’educazione della donna, vista come strumento di dignità e di emancipazione, la portò a pubblicare nel 1906 l’opuscolo Per un nuovo costume della donna in Sicilia. Tuttavia, Louise non può ancora essere considerata una femminista in senso stretto: la sua opera, infatti, è fortemente permeata dei tradizionali valori della tarda società vittoriana, in una sorta di ibrido tra femminismo e antifemminismo.

Morì il 7 marzo del 1927. E’ sepolta nella tomba di famiglia dei Caico accanto al marito e ai figli, presso il cimitero di S.Orsola a Palermo.

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Donatella Pezzino

Immagini

  • Il ritratto in apertura è tratto dalla copertina del libro “Vicende e costumi siciliani”, trad. Renata Pucci Zanca,  Edizioni Lussografica, 1996;
  • la foto della villa “La Canovaia” è da wikimedia commons;
  • la foto di Louise a cavallo è da wikipedia;
  • le ultime due foto, da http://www.castelloincantato.it/2017/06/18/louise-hamilton-e-il-nostro-piccolo-mondo-antico-a-cura-del-prof-salvatore-vaccaro/ .

Fonti

Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

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Donatella Pezzino

Fonti:

 

La Cattedrale di Sale a Realmonte

La Cattedrale di Sale si trova a Realmonte, piccola cittadina in provincia di Agrigento. La zona vanta una delle ultime miniere di salgemma ancora funzionanti: qui, nel 2000, i minatori hanno creato una delle più affascinanti attrazioni della Sicilia odierna, frutto di un felice incontro tra natura e arte.

Da questo giacimento, la cui formazione risale a 6 milioni di anni fa, si estraggono oggi grandi quantità di sali potassici destinati a vari usi; molto del sale da cucina e per uso industriale presente sul mercato proviene proprio da questa miniera. Formata da gallerie a più piani, la miniera di Realmonte si estende per circa 25 km interessando il sottosuolo di Siculiana e di Raffadali.

La chiesa realizzata al suo interno è scavata a una profondità di 60 metri sotto il livello del mare; le pareti sono composte da halite purissima, i cui colori sfumano dal bianco al grigio chiaro. Oltre che di un rosone naturale di eccezionale bellezza, la cattedrale si fregia di statue, suppellettili e arredi che gli stessi minatori hanno scolpito nella roccia e nel sale.

Tra le opere più belle spiccano l’ambone, la cattedra vescovile, il cero pasquale e la mensa, ricavata da un grosso blocco di sale e decorata con la figura dell’agnello.

Le pareti sono motivate da stupendi bassorilievi raffiguranti la Sacra Famiglia, Gesù Crocifisso e Santa Barbara, patrona dei minatori.

Ogni anno, proprio nel giorno dedicato a S.Barbara (4 dicembre) ha luogo nella cattedrale una messa solenne officiata dal vescovo e riservata ai minatori e alle loro famiglie. La chiesa può ospitare 800 persone e vanta un’acustica che, secondo alcuni esperti, è di gran lunga migliore rispetto a quella di tanti teatri.

La cattedrale è visitabile solo su prenotazione, contattando la società che gestisce la miniera (Italkali). Le visite hanno luogo l’ultimo mercoledi di ogni mese, con guide esperte e con le necessarie misure di sicurezza. Per non interferire con i normali ritmi di lavoro, è previsto un massimo di 30 persone per ogni visita.

(per info, tel. 0922.816244; italkali.com).

Donatella Pezzino

Fonti e immagini:

https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/sicilia-la-cattedrale-dentro-la-miniera-di-sale

Immagini da: http://www.distrettoturisticodelleminiere.it/distretto/miniera-di-salgemma-e-cattedrale-del-sale/

ad eccezione della seconda foto, tratta da https://www.zingarate.com/italia/sicilia/agrigento/chiesa-di-sale-di-realmonte.html

della quinta e  dell’ultima, tratte dal sito: https://www.siciliafan.it/realmonte-e-la-cattedrale-di-sale/

Sant’Angelo Muxaro

Sant’Angelo Muxaro sorge su un colle gessoso a una trentina di chilometri da Agrigento, in una zona appartata rispetto alle consuete rotte turistiche. Ci si arriva seguendo la strada per Raffadali e deviando poi per S.Elisabetta. Secondo alcuni studiosi, sul suo territorio sarebbe fiorita la mitica Camico, antica e misteriosa città sicana sede della reggia di Kokalos.

Secondo la leggenda, la città fu fondata da un angelo: in realtà, il nome “Muxaro”(da Mu-assar o Muxar) si deve agli arabi che la tennero fra il IX e il XI secolo facendone un borgo fortificato. Dopo la conquista normanna, nel possesso di S.Angelo Muxaro si avvicendarono alcune delle più potenti famiglie siciliane, come i Chiaramonte e i Moncada.

La maggior parte della zona archeologica è composta da grotte scavate nelle rocce e da tombe sicane, le più antiche delle quali sono databili fra il XII e il IX sec. a. C. In queste tombe sono stati rinvenuti tesori che testimoniano la presenza di una fiorente civiltà dalla tarda età del Bronzo fino al V sec. a.C.  In questa civiltà, nonostante gli evidenti contatti con la cultura egea, l’elemento indigeno (sicano) sembra emergere con forza e seguire un corso evolutivo autonomo prima della definitiva acculturazione greca. La posizione isolata e la rarità dei contatti con la parte orientale dell’isola (più permeabile agli influssi esterni, soprattutto peninsulari) consentirono infatti alla tradizione sicano-egea di S.Angelo Muxaro di conservare a lungo la propria identità.

I resti dell’abitato indicano che fino all’inizio dell’età del ferro gli insediamenti umani sul sito fossero organizzati in piccoli nuclei, probabilmente a motivo del fatto che sullo stesso territorio convivevano diverse culture. Successivamente, il delinearsi della facies omonima porta gli abitanti a concentrarsi intorno ad un unico nucleo.

Nell’Ottocento, gli scavi effettuati dai contadini prima e dagli archeologi poi portarono al ritrovamento di una grande quantità di materiale archeologico, che oggi si trova sparso in vari musei, fra cui Palermo, Agrigento, Siracusa e addirittura il British Museum di Londra, che di S. Angelo Muxaro espone una coppa d’oro decorata a sbalzi raffigurante sei torelli in circolo.

Oltre alle ceramiche e ad altri oggetti di uso comune, nella necropoli di Sant’Angelo Muxaro sono stati ritrovati gioielli di eccezionale finezza: al dito di un cadavere, ad esempio, è stato rinvenuto un pesante anello submiceneo finemente intagliato. Altri preziosi degni di nota ritrovati in loco sono due anelli-sigillo in oro massiccio di produzione fenicio-cipriota (o indigena, secondo alcuni) e alcune coppe auree (fra cui, appunto, quella conservata al British Museum). Dalle sepolture a tholos proviene inoltre una gran copia di vasellame indigeno, coloniale e greco databile fra il VIII e il V secolo a.C.

Molte tombe sono a cupola, dalla forma a tholos miceneo tipica di tutto il bacino mediterraneo. Altre, molto particolari, hanno l’aspetto di un alveare: sono le cosiddette “grotticelle” scavate nella roccia.

La sepoltura più spettacolare è la cosiddetta “Tomba del principe” o “Grotta di Sant’ Angelo” (foto in apertura dell’articolo), dove secondo la leggenda, si ritirò S.Angelo, l’uccisore del drago. La tomba consta di due locali a cupola schiacciata: un’ampia camera circolare e un’annessa camera sepolcrale, anch’essa di forma rotonda. La grandezza della sepoltura e la particolare ricchezza del corredo al suo interno hanno fatto pensare ad una tomba reale o comunque destinata ad una dinastia influente. In epoca bizantina, questa tomba fu utilizzata come chiesa; nei secoli successivi divenne perfino covo di briganti. Inclusa nella grande campagna di scavo guidata da Paolo Orsi, a partire dagli anni Trenta del Novecento è stata oggetto di studi accurati.

Così Vito Maria Amico nel suo “Dizionario”(1757-1760) descriveva la località: “Angelo (S.) lo Mussaro. Lat. S. Angelus de Muxaro. Sic. S. Ancilu di lu Muxiaru (v. M.) Siede nella parte meridionale della Sicilia nella Valle di Mazzara, e la Diocesi di Girgenti, presso le rive di Alico, volgarmente Platani; contavanvisi nel secolo XVII 302 case, 1121 abitanti, oggi conta però 283 case, 949 abitanti. Ne è montuoso il sito verso Occidente, e rivolto ad Ostro.”

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Gianni Pezzino e Donatella Pezzino

Fonti

  • Wikipedia
  • Manuel Molinos,  Andrea Zifferero (a cura di), Primi popoli d’Europa. Proposte e riflessioni sulle origini della civiltà nell’Europa Mediterranea – Atti delle riunioni di Palermo (14-16 ottobre 1994) e Baeza (18-20 dicembre 1995), ed. All’Insegna del Giglio, 2002.
  • Enzo di Pasquale, Il giro della Sicilia in 501 luoghi, Roma, Newton Compton, 2014.
  • Vito Maria Amico, Dizionario topografico della Sicilia, Trad. dal latino di Gioacchino di Marzo, Palermo, Tip. di P. Morvillo, 1855.
  • Luigi Bernabò Brea, La Sicilia prima dei Greci, Il Saggiatore, 2016

Immagini

Immagine 1: Tomba del principe, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Tomba del principeUploaded by Markos90, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20655126

Immagine 2: Veduta del colle di S.Angelo Muxaro, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Panoramica su Sant’Angelo, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20654778

Immagine 3: La coppa d’oro conservata al British Museum, foto da http://www.famedisud.it.

Immagine 4: I due anelli-sigillo, foto da http://www.famedisud.it.

Immagine 5: Tombe a grotticella, foto di Carlo Columba from Palermo, Italia – Necropoli preistoricaUploaded by Markos90, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=20655139

“Orto un tempo nido dell’incontro” di Ibn Hamdis

Orto un tempo nido dell’incontro
orto chiuso dal fuoco dell’assenza
chi mi renderà il tuo odor di basilico
immortale dono del paradiso?
Quanta saliva dal sapor di miele
stillava dalla fresca grandine!
Servo d’amore
che tanta piaga affligge
e sempre in piedi mi costringe
a voi chiedo pietà, sì lontana
pur se amor lancia il dardo
è la mira dal tiro…
Chi mi salverà dall’accidia del deserto?
Chi verso il disco del sole mi aiuterà a volare?

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Ibn Hamdis (Noto, 1056 – Maiorca, 1133)

Fonte: Poeti arabi di Sicilia a cura di F.M. Corrao, Mesogea, 2004.

Immagine: un quadro di Michele Catti (Palermo, 1855 – Palermo, 1914) dal sito http://www.alessandrobiffanti.com