San Benedetto di Catania, storia di una rinascita

Il 7 luglio del 1866, il nuovo Stato italiano decretava la soppressione di tutte le corporazioni religiose, con l’esproprio dei relativi beni. Nella popolazione monastica di ogni città, il provvedimento suscitò reazioni diverse: se per alcuni poteva significare la liberazione dopo secoli di monacazioni forzate, per altri rappresentò la perdita di un importante punto di riferimento. Ad esserne avvantaggiati erano i religiosi e le religiose senza vocazione che avevano “le spalle coperte” e una famiglia alla quale tornare; chi invece, per amore o per forza, fosse rimasto in convento avrebbe dovuto inevitabilmente subire i disagi dell’esproprio. Le conseguenze, per persone abituate a vivere al riparo dalla società e in condizioni di agiatezza, furono indigenza, umiliazioni e marginalismo. In alcune comunità, però, la situazione diede lo stimolo ad una maggiore vitalità spirituale: fra esse, vi fu sicuramente il monastero catanese di San Benedetto il quale, grazie all’eccezionale energia e all’autentico spirito vocazionale delle monache rimaste, diede prova di una formidabile voglia di continuare ad esistere al di là di qualsiasi disagio sociale ed economico.

Fondato nel 1334 dalla vedova Alemanna Lumello, il monastero fu sottoposto fin dall’inizio alla regola benedettina. Da sempre tra gli istituti conventuali più ricchi e prestigiosi, accoglieva solo le fanciulle provenienti da casate illustri, o comunque da famiglie facoltose che potevano permettersi una dote cospicua. Dopo il terremoto del 1693 che rase al suolo la città, San Benedetto fu uno dei sei monasteri per i quali fu decretata la ricostruzione. Riedificato sullo stesso sito del precedente fabbricato, l’istituto ebbe un convento e una chiesa a dir poco spettacolari, per i quali non furono risparmiate risorse.

Rispetto alle altre monache di Catania, quelle di San Benedetto furono le prime ad iniziare i lavori (1702). L’intento era creare qualcosa di magnifico, che avrebbe primeggiato su tutte le altre comunità religiose. Il cenobio, quindi, volle innanzitutto rinascere su una porzione più ampia di spazio urbano, acquisendo allo scopo alcuni terreni adiacenti. Costruì poi – in una sola notte, secondo la leggenda – il caratteristico arco su via Crociferi per congiungere i diversi corpi di fabbrica.

La maestosa chiesa, affacciata su via Crociferi, richiese quasi un secolo di lavori: iniziata nel triennio dell’abbadessato Asmundo (1704 -1707) fu infatti terminata nel 1798. Per questo, al suo interno è possibile notare una sovrapposizione di stili differenti, dal barocco al neoclassico. Eretta sui progetti di Paolo e Antonino Battaglia, ebbe la volta completamente affrescata da Giovanni Tuccari; stucchi, dorature, marmi policromi, dipinti, reliquie e giogali la resero ancor più preziosa. Di grande eleganza il vestibolo, con la celebre “scala degli angeli” che fu realizzata interamente in marmo.

La ricchezza del monastero veniva da secoli di doti, lasciti e donazioni: San Benedetto, infatti, possedeva beni mobili e immobili in grande quantità. Le rendite, sia in denaro che in natura, ne rendevano la sopravvivenza quasi del tutto autosufficiente. Al suo interno, l’istituto poteva inoltre contare su un patrimonio di eccezionale valore in libri, opere d’arte e oggetti vari: si comprende bene, quindi, il danno che l’esproprio del 1866 dovette arrecare, non solo a questo, ma a tutti i monasteri che vantavano una simile floridezza.

Questa massiccia operazione non solo privò gli Ordini monastici di uno status sociale riconosciuto, ma diede il via ad un’opera di riconversione che trasformò i loro edifici in uffici governativi, caserme, scuole e ospedali. I religiosi e le religiose erano liberi di restare o tornare nel secolo. A chi restava, lo Stato riconosceva l’usufrutto di una piccolissima parte del convento; una esigua pensione, assegnata solo a chi avesse professato prima del 1864, avrebbe dovuto garantirne la sopravvivenza. Ciò significò per le monache – molte delle quali erano vecchie e inferme – una vita di stenti, resa ancor più scomoda dalle condizioni di trascuratezza dei fabbricati.

 

Mentre gli altri monasteri di Catania venivano occupati, San Benedetto si conservava miracolosamente intatto: le monache avevano fatto in modo che gli ispettori statali lo considerassero inadatto ad essere adibito a locale pubblico, conducendoli “per scale e scalette” ed evitando scaltramente di farli accedere ad alcune parti. Questa particolarità rese il monastero un vero e proprio rifugio per le religiose anche provenienti da altri istituti: vi trovarono ricovero, ad esempio, le benedettine della SS. Ma Trinità, cacciate dal loro convento poco dopo la soppressione per aver intralciato i lavori del Comune.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le conseguenze delle leggi eversive avevano completamente trasformato il volto di San Benedetto da convento di lusso a piccola comunità che sopportava con vero spirito evangelico tutti i disagi di una condizione di indigenza: vitto frugale e talvolta insufficiente, infermità, finestre e balconi con vetri a pezzi, arredi modesti, abiti vecchi e accomodati. Per questo, volendo realizzare un suo particolare  progetto eucaristico, il vescovo Francica Nava non ebbe esitazioni, e riconobbe in San Benedetto la comunità ideale per far rinascere la vita claustrale a Catania. Nel clima della riforma liturgica voluta da Pio X, e soprattutto nel fervore pastorale acceso dal Congresso Eucaristico del 1905, Francica Nava cominciò a concepire il desiderio di una comunità religiosa in cui il SS.Mo Sacramento fosse adorato in perpetuo. Ricomprate le fabbriche di San Benedetto per 30.000 lire, il vescovo riformò la comunità secondo il modello delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, congregazione femminile fondata dalla suora francese Mectilde de Bar nel XVII secolo e dedita all’adorazione eucaristica ininterrotta per riparare ed espiare i peccati del mondo.

Direttamente dalla sede di Ronco di Ghiffa (VB), furono inviate a San Benedetto di Catania due monache, Suor Scolastica Sala e suor Matilde Malinverno. Il loro compito non fu per niente facile, perchè si scontrò spesso con situazioni ormai cristallizzate: l’abitudine ad avere un confessore personale, quella di mandare in famiglia la biancheria sporca invece di farla lavare in convento, la possibilità di detenere oggetti e cibi propri (il necessaire per la colazione, ad esempio, come tazze, zucchero e cioccolata, che il convento non passava e che le monache più fortunate potevano procurarsi autonomamente). Oltre che degli aspetti pratici, le due monache di Ronco si occuparono della necessaria formazione (lezioni di canto gregoriano, conferenze sullo spirito di povertà, ecc.).

Nonostante le difficoltà iniziali, le benedettine catanesi recepirono con gioia le nuove direttive: le giovani postulanti furono in tal senso le più entusiaste. Il 10 agosto 1911 venne firmato ufficialmente il decreto che aggregava San Benedetto di Catania all’Istituto dell’Adorazione Perpetua; poco tempo dopo, la riapertura del noviziato portò a nuove vestizioni. Ancora una volta, questo monastero intraprendeva un nuovo percorso di rinascita, frutto dell’eccezionale resilienza che lo aveva distinto nei secoli e che permane ancor oggi.

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Donatella Pezzino

Immagini:

  • Le prime cinque foto da https://www.flickr.com/photos/hen-magonza
  • La foto di via Crociferi è di Mimmo Rapisarda
  • La foto del monastero di Ronco di Ghiffa è da https://www.comune.ghiffa.vb.it/
  • L’ultima foto, che illustra la fermata di S.Agata davanti al monastero per il tradizionale omaggio cantato delle monache, è da http://rosarioplatania.it

Fonti:

  • Donatella Pezzino, Le murate vive. I monasteri femminili di clausura a Catania dopo il terrmoto del 1693, Acireale, Bonanno, 2004.
  • Come pietre vive… Le benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento a Catania, Catania, Giuseppe Maimone Editore, 2010.
  • Gaetano Zito, Le benedettine dell’Adorazione Perpetua in Italia (1880-1960) in Il monachesimo in Italia tra Vaticano I e Vaticano II, atti del III Convegno di studi storici sull’Italia benedettina, a cura di B.Trolese, Badia di Santa Maria del Monte, Cesena, 1995.
  • Emanuela Sansoni, La legislazione del 1866-67 sulle Corporazioni Religiose. Il caso di Pausula, Milano, Codex Edizioni, 2009.
  • Maria Luisa Gangemi, San Benedetto di Catania. Il monastero e la città nel Medioevo, Messina, Sikania, 1994
  • http://www.benedettineghiffa.org/
  • Giuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania, Catania, Tringale Editore, 1984

 

L’anfiteatro romano di Catania

 

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Ancora oggi, l’anfiteatro romano di Catania non smette di affascinare. La porzione visibile sotto il piano stradale conferisce a piazza Stesicoro un aspetto unico, non riscontrabile in nessun altro centro urbano. Al visitatore che si affacci dalla balaustra per ammirarne i resti può risultare difficile immaginarne l’estensione originaria: con i suoi 309 metri di circonferenza esterna e un’arena di 192 metri, l’edificio è uno dei più grandi teatri di epoca romana ( il terzo dopo il Colosseo e l’arena di Verona; poteva ospitare circa 15.000 spettatori). Occupava infatti una zona molto ampia, compresa fra le odierne via Neve, via Manzoni e via Penninello, arrivando fino a ridosso delle collina Montevergine: si trovava quindi sul lato settentrionale della città, nei pressi della necropoli.

Fu costruito nel II secolo d.C.: la datazione è ancora incerta, ma le caratteristiche archtettoniche lo collocano verosimilmente fra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio.  Nel corso del secolo successivo vennero eseguiti lavori di ampliamento che ne triplicarono le dimensioni. Fu quello, probabilmente, il periodo di massimo splendore durante il quale vi vennero rappresentati spettacoli di ogni genere: combattimenti fra gladiatori, lotte fra uomini e animali feroci e perfino battaglie navali. Tracce di materiali e sistemi idraulici ritrovati all’interno della struttura documentano infatti l’ occasionale adattamento di questo anfiteatro a naumachia: l’arena, in altre parole, veniva riempita d’acqua e trasformata n una vera e propria piscina dove si svolgevano spettacoli acquatici.

La singolarità della costruzione si esprimeva anche nell’estetica: come la maggior parte degli edifici catanesi, infatti, questo anfiteatro è stato interamente fabbricato in pietra lavica, mentre l’arena e gli spalti erano rivestiti in marmo. Il contrasto cromatico che ne derivava era davvero spettacolare: nero all’esterno, bianco abbagliante all’interno. Questa accurata ricostruzione in 3D consente di farsi un’idea:

http://catania.liveuniversity.it/2015/07/26/catania-living-lab-ecco-la-ricostruzione-in-3d-dellanfiteatro-di-piazza-stesicoro-video/

L’eruzione del 251 d.C. coprì una parte dell’edificio, assestando un primo, duro colpo alla sua integrità. Sotto l’impero di Costantino, l’anfiteatro di Catania andò incontro all’inesorabile declino di tutti gli anfiteatri del mondo romano: in questo periodo, infatti, l’influenza del cristianesimo portò le autorità a proibire i combattimenti dei gladiatori perchè ritenuti troppo violenti. Col diradarsi degli spettacoli, l’edificio cadde progressivamente in abbandono.

Alla fine del V secolo, il suo degrado era così avanzato che i catanesi chiesero a Teodorico il permesso di riutilizzarne il materiale per restaurare le mura cittadine. Solitamente restìo a consentire la demolizione dei monumenti della romanità, l’imperatore non potè far altro che prendere atto del cattivo stato della struttura. Il permesso fu accordato e l’anfiteatro, già molto malridotto, venne privato delle pietre e dei marmi.

Verso la fine del XVI secolo, la parte superiore venne demolita: la sua posizione adiacente alle mura, infatti, poteva essere sfruttata dai nemici per assediare la città. Il materiale rimosso servì da riempimento per i corridoi. Nello stesso periodo, l’edificio cominciò ad attirare l’attenzione di alcuni studiosi, come Lorenzo Bolano e Pietro Carrera, che formularono le prime ipotesi sulla sua origine. Secondo il Carrera, in particolare, la struttura sarebbe stata impiantata su un antico teatro greco; questa fonte fu poi smentita nel Settecento in seguito agli scavi dei principe di Biscari, che aiutarono a studiare l’anfiteatro in modo diretto e ad attestarne l’origine romana.

Il terremoto del 1693 danneggiò ulteriormente la costruzione riducendola a pochi ruderi; nel suo piano di riedificazione della città, il Duca di Camastra non contemplò il recupero dell’anfiteatro e lo seppellì completamente. Sopra, vi fu costruita una piazza d’armi. Il comportamento del Duca e dei suoi collaboratori non deve stupire: non esisteva ancora, all’epoca, una spiccata sensibilità verso le testimonianze del mondo classico.

Nel 1748 il principe di Biscari Ignazio Paternò Castello, archeologo e mecenate di grande prestigio, promosse i primi scavi a sue spese portando alla luce un intero corridoio e quattro archi della galleria esterna. L’ingresso di questo corridoio, visibile da via del Colosseo, alimentava nel popolo ogni sorta di leggende, spesso inquietanti: una delle più famose raccontava di una scolaresca che si era avventurata all’interno e non ne era più uscita.

Nel 1904, il sindaco De Felice assegnò all’archtetto Filadelfo Fichera il compito di effettuare uno scavo in piazza Stesicoro per riportare alla luce un settore cospicuo della struttura. Nel 1943, i suoi corridoi furono sfruttati come rifugio durante i bombardamenti; negli anni successivi rimase chiuso al pubblico per lunghi periodi a causa di alcuni presunti episodi tragici accaduti ai visitatori che tentavano di esplorarne i cunicoli. Danneggiato dalle infiltrazioni delle acque reflue delle fognature vicine, l’anfiteatro è stato poi sottoposto a risanamento e riaperto alle visite nel 1999.

Donatella Pezzino

Immagine: L’anfiteatro visibile da Piazza Stesicoro ( foto D.Pezzino)

Fonti:

-Cesare Sposito, L’anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero, valorizzazione, Palermo, Flaccovio, 2003

-AA.VV., Catania Antica, atti del convegno della SISAC ( Catania 23-24 maggio 1992) a cura di Bruno Gentili, Pisa-Roma 1996

 

 

 

 

 

Alla scoperta delle Terme Achilliane

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Le Terme Achilliane costituiscono una delle più imponenti testimonianze dell’importanza e dell’opulenza della Catania romana. Questa splendida struttura termale occupava un’area molto estesa compresa fra le odierne piazze Duomo, Università e San Placido ; non si conosce l’anno esatto della sua costruzione ma, sulla base di alcuni riferimenti architettonici, gli storici stabiliscono una datazione approssimativa fra il III e il V secolo d.C.

E’ possibile visitarle qui:

L’ambiente attualmente accessibile sotto la cattedrale è stato identificato come il frigidarium: si tratta di una stanza con il soffitto a crociere sostenuto da quattro pilastri a pianta quadrangolare. Vi si accede tramite un corridoio lungo 2,50 metri con volta a botte che va da est a ovest e che sbocca in un locale composto da diverse vasche parallele e destinato alla canalizzazione, al filtraggio e al drenaggio dell’acqua. Queste vasche sono visibili anche dalla stanza principale attraverso tre arcate. Gli ambienti del calidarium, invece, secondo Adolfo Holm dovevano trovarsi sotto il Seminario dei Chierici e sotto via Garibaldi: nel1856, infatti, lo scavo di una galleria che conduceva fino alla pescheria rivelò i resti di alcuni pavimenti ad ipocausto, tipici dei sistemi di riscaldamento dell’età romana.

La pavimentazione originaria era in marmo, mentre le pareti e i soffitti erano ornati da stucchi raffiguranti tralci di vite, foglie e putti. Alcuni capitelli coevi utilizzati nel XI secolo per la costruzione della cattedrale potrebbero provenire proprio da questo edificio. All’interno delle terme è possibile osservare lo scorrere dell’Amenano, il fiume sotterraneo che ancora oggi sbocca nella omonima fontana a pochi passi dal Duomo.

L’appellativo “Terme Achilliane”, probabilmente, deriva da un’antica iscrizione greca su lastra di marmo frammentata in sei parti, oggi conservata al Museo Civico del Castello Ursino. L’epigrafe reca il termine “Achillianai”; alcuni esperti, però, sono poco propensi a stabilire un nesso fra questo documento e il nome delle terme, che potrebbe invece attribuirsi alla presenza in loco di  un’antica statua di Achille ( mai ritrovata) oppure al nome del costruttore.

Le Terme erano un edificio a più piani: recenti lavori di restauro, infatti, hanno portato alla luce due rampe di scale che conducevano ad un livello superiore. Oggi le Terme Achilliane sono visitabili e rappresentano per catanesi e visitatori un’esperienza molto suggestiva.

Donatella Pezzino

Immagine: Terme Achilliane, interno ( foto D.Pezzino).

Fonti:

http://www.wikipedia.it

http://www.vivict.it

Adolfo Holm, Catania Antica, Catania 1925.

AA.VV. Catania Antica. Atti del convegno della S.I.S.A.C ( Catania, 23-24 maggio 1992), Pisa-Roma, 1996, pp.168-169.

 

 

 

 

 

 

Palazzo Biscari

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Palazzo Biscari, celebre residenza catanese dei principi Paternò Castello, costituisce una delle più grandiose espressioni del barocco siciliano. Ubicato nel cuore del centro storico di Catania, occupa un intero isolato, con ingresso principale in via Museo Biscari.

Il palazzo sorge alla marina: dopo il terremoto del 1693 fu uno dei primissimi edifici ricostruiti nel centro cittadino. Grazie alle loro ricchezze e al loro prestigio, i Paternò Castello ottennero dal re il privilegio di edificare sopra le cinquecentesche mura di Carlo V.

Nel 1702, il principe Ignazio III  ne affidò la costruzione al celebre architetto Alonzo di Benedetto; i lavori furono proseguiti dagli eredi del principe, ovvero Vincenzo e Ignazio V, e terminarono solo nel 1763. La decorazione scultorea dei finestroni e gli affreschi dei soffitti vennero commissionati ad alcuni dei più grandi maestri dell’epoca. Sulla facciata esterna, risulta di grande effetto il contrasto  cromatico fra le sculture in bianchissima pietra calcarea di Siracusa e il nero dei muri in basalto dell’Etna.

Fra le stupende stanze del palazzo (circa settecento in tutto) spicca il “salone delle feste”, vero e proprio capolavoro dallo squisito gusto artistico: in stile rococò, si fregia di una complessa decorazione con specchi, marmi e stucchi.

La bellissima scala “Fiocco di nuvola” decorata a stucco immette in una cupola che i principi utilizzavano come alloggiamento dell’orchestra.

Altre sale degne di nota sono gli “appartamenti della principessa”, fatti costruire da Ignazio V appositamente per la moglie ed impreziositi da boiseries di legni intarsiati e pavimenti in marmo di epoca romana.

Nel corso del Settecento, la sontuosa residenza accolse numerosi ed illustri visitatori, come Patrick Brydone, Dominique Vivant Denon e Johann Wolfgang Goethe; quest’ultimo fu ospite del principe Ignazio V nel maggio del 1787.

Ignazio V era un grande studioso, ma soprattutto un appassionato archeologo: a lui si devono i primi lavori destinati a portare alla luce l’anfiteatro romano di Piazza Stesicoro ( II sec. d. C. ). Promosse inoltre importanti campagne di scavo a Camarina, Siracusa, Lentini e Taormina.

Con i reperti rinvenuti, Ignazio realizzò uno dei musei archeologici più importanti della storia di Catania: attualmente, le sue preziose collezioni sono visitabili presso il Museo Civico del Castello Ursino.

Oggi il palazzo è gestito dalla famiglia Moncada Paternò Castello: le sue sale, oltre ad essere aperte ai visitatori, accolgono meetings, ricevimenti e banchetti. Nel 2008 è stato anche la location di una videoclip dei Coldplay ( “Violet Hill”).

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • http://www.palazzobiscari.com
  • F. Fichera, Una città settecentesca, Roma, 1925
  • G.Policastro, Catania nel Settecento, Torino, SEI, 1950.

Foto

1 – dal sito http://www.destinationsicily.it

2 – Liliana Grasso da Flickr

3 – Luigi Strano da Flickr

4 – Luigi Strano da Flickr

5- Dal sito Srake.it

6 – Luigi Strano da Flickr

7- Luigi Strano da Flickr

8 – da Viaggiatore.net

9 – da Pinterest

10 – Casa Vacanze Etna sul mare da Flickr

La “Santa Casa di Loreto” a Catania

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Si trova all’interno del santuario di Santa Maria dell’Aiuto, nel cuore del centro storico di Catania: questa bellissima Santa Casa è stata costruita nel Settecento per iniziativa del canonico della Cattedrale Giuseppe Lauria, che l’ha offerta alla Madonna in segno di devozione.

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Un fervido culto alla Madonna di Loreto è attestato a Catania fin da tempi antichissimi: nel vecchio quartiere della Giudecca, infatti, esisteva già prima del terremoto del 1693 una cappelletta dedicata a Nostra Signora di Loreto.

Le pareti esterne del monumento sono opera dello scultore palermitano Michele Orlando; l’interno, ornato di affreschi, riproduce fedelmente la struttura originale della Santa Casa. In una nicchia è esposto un simulacro della Madonna di Loreto risalente al XVIII secolo, ricoperto dal caratteristico mantello.

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La cappella è stata recentemente oggetto di restauri che l’hanno riportata al suo splendore originario.

Donatella Pezzino

Fonte per notizie e foto: http://www.santuariomadonnaiuto.it

Non offendere la Patria di Agata

800px-Catania_-_Finestra_barocca_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_gennaio_2006

La sigla N.O.P.A.Q.V.I.E., che sovrasta uno dei portali laterali del duomo di Catania, è legata al ricordo di un evento salvifico particolarmente importante nella storia della città.

Nel 1231 l’imperatore Federico II di Svevia, tornato in Sicilia dopo una lunga assenza dovuta ad una campagna militare, trovò molte città siciliane ribelli al suo dominio. La rivolta, capeggiata da Martino Bellomo, mirava all’indipendenza delle comunità locali per istituire il modello autonomistico comunale. Per soffocare il movimento, Federico decise di punire con violenza le città più riottose, fra cui spiccavano Siracusa, Centuripe e Catania.

Nei riguardi di Catania, Federico volle una punizione esemplare: condannò a morte tutti gli abitanti, compresi le donne e i bambini. Non appena appresa la sentenza, i catanesi chiesero ed ottennero di poter assistere alla loro ultima messa in cattedrale, alla quale decise di presenziare anche il sovrano.

Durante la funzione, però, accadde un fatto straordinario: appena Federico aprì il suo libro di preghiere trovò in tutte le pagine la sigla N.O.P.A.Q.V.I.E. che un monaco benedettino tradusse in “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est” ovvero “Non offendere la Patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie.” Molto impressionato dall’accaduto il sovrano revocò la sua decisione e risparmiò i catanesi.

Donatella Pezzino

Fonte: http://www.wikipedia.it

Foto: Giovanni Dall’Orto

La pietra del malconsiglio

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Si trova a Catania ed è un reperto archeologico in pietra lavica di difficile interpretazione. Secondo alcuni storici è ciò che resta di un antico capitello in stile “tuscanico” o in una rielaborazione originale di un altro tipo di stile. Probabilmente apparteneva ad un tempio dell’antico centro cittadino, e la sua datazione non deve essere anteriore all’eruzione del 122 a.C.: sembra infatti che solo a partire da quell’anno i catanesi abbiano iniziato un uso massiccio della pietra lavica per le loro costruzioni. Oggi il manufatto ha l’aspetto di un macigno molto poroso e logorato, probabilmente a causa dell’erosione delle piogge: ha anche una scheggiatura molto vistosa, che fa pensare ad un grosso trauma “da impatto”, forse una caduta ( caso non infrequente a Catania data la frequenza dei terremoti).

La pietra ha acquistato una notevole popolarità in relazione ad un evento storico ben preciso, di molto posteriore alla sua origine. Attorno ad essa, infatti, nel 1516 ebbe luogo un convegno di ribelli durante i moti rivoluzionari che scossero la città di Catania alla morte di Ferdinando il Cattolico. L’isola, infatti, era passata dalle mani dei Trastamara a quelle del giovanissimo erede Carlo d’Asburgo ( il futuro imperatore Carlo V): il vicerè Ugo Moncada rifiutò di lasciare l’incarico e sobillò una parte della nobiltà contro la Corona, scatenando una vera e propria guerra civile.

Gli aristocratici isolani che sostenevano Moncada confidavano nella sua protezione per ottenere nuovi privilegi e forse anche per conquistare l’indipendenza dal Regno di Spagna: e Catania fu, in questo senso, tra le città siciliane più agguerrite. La lotta durò un triennio: durante questo periodo, i nobili catanesi si davano appuntamento presso il macigno posto al “Pian de Trixini”, luogo che allora si trovava accanto al convento di “S. Nicola dè Trixini” ( nei pressi degli odierni “Quattro Canti”, fra via Etnea e la salita di Sangiuliano).

Il nuovo vicerè, nominato da re Carlo, mandò intanto un esercito nell’isola a sopprimere la rivolta: i ribelli furono traditi da una spia che rivelò alle truppe reali il luogo delle riunioni clandestine. Ne seguì un vero massacro: i soldati piombarono a sorpresa sui cospiratori e ne fecero strage. La pietra, ancora sporca del sangue dei ribelli, venne esposta nella pubblica piazzaa perenne monito contro la città e contro chi aveva osato cospirare contro la Corona: fu a questo punto della vicenda che fu coniato il termine “pietra del malconsiglio”, in quanto tale pietra aveva “mal consigliato” i ribelli nel darsi l’appuntamento fatale.

Alla fine dell’Ottocento la pietra fu posta nel punto esatto dove si trovava ai tempi della rivolta, che venne a coincidere con il secondo cortile del palazzo del Palazzo Paternò Castello di Carcaci, ai Quattro Canti. Qui è rimasta fino al 2009, anno in cui è stata spostata nel giardino antistante il Castello Ursino.

Donatella Pezzino

Fonte Immagine: Wikipedia