L’antico tempio di S.Antonio Abate a Mascalucia

Guardandolo vengono in mente le chiesette medievali della Scozia o dell’Irlanda. Invece il tempio di Sant’Antonio Abate è siciliano, anzi sicilianissimo: sorge alle pendici dell’Etna, ed è attualmente inglobato all’interno del cimitero di Mascalucia.

La struttura, in pietra lavica e in stile gotico-normanno, è fra le più antiche del territorio etneo:  risale infatti al VI secolo. Una vera rarità, se si pensa a quante costruzioni antecedenti al 1693 siano state  qui completamente distrutte da terremoti ed eruzioni.

E’ possibile che la chiesetta, originariamente, facesse parte del monastero di San Vito citato da San Gregorio Magno ma di cui oggi non rimane traccia; ciò che si sa di certo è che per secoli ha rappresentato il punto di riferimento non solo per i cristiani del luogo, ma anche per quelli dei villaggi vicini che non avevano un edificio di culto proprio. 

Nel corso della sua storia, l’impianto ha subìto molti rimaneggiamenti. E’ stato cambiato l’orientamento: la facciata, originariamente rivolta a est, oggi guarda a sud, cioè verso il mare. La scalinata e il portico per i penitenti posti davanti all’ingresso principale, ancora esistenti agli inizi del XIX secolo, sono stati rimossi, come pure alcuni altari e alcune finestre. Tra gli elementi originari che sono stati mantenuti, invece, ci sono la porticina laterale – presumibilmente, l’ingresso per le donne – e il binario in pietra lavica che divide in due l’interno della chiesa e che, prima dell’avvento dei normanni, serviva a separare l’uditorio maschile da quello femminile.

Prima che a S.Antonio Abate, la chiesetta era dedicata a San Nicola di Bari: forse, l’altare di San Nicola occupava una cappelletta, oggi ancora visibile esternamente, che è stata murata dietro l’altare maggiore.

Durante le Crociate, la Sicilia ha rappresentato uno dei principali punti di imbarco verso la Terrasanta. Ciò ha portato nell’isola diversi Ordini monastico-militari, alcuni dei quali si sono avvicendati nel possesso del piccolo tempio: si ha notizia, a tal proposito, dei Teutonici e dei Cavalieri di Malta, ma molti rinvenimenti farebbero pensare anche ad una presenza templare.

Nei dintorni, infatti, sono state ritrovate monete dell’Ordine; inoltre, già nel XII secolo, esistevano in Sicilia molte case templari, ed è ipotizzabile che il tempio di S.Antonio Abate si sia trovato per un certo periodo proprio all’interno di una di esse. Lo confermerebbe la presenza, nella struttura, di diversi elementi caratteristici dell’edilizia sacra templare, come l’utilizzo ridondante dell’arco a sesto acuto, il rosone sulla parte alta del prospetto e lo stile del portale d’ingresso.

In un altare secondario, oggi è possibile notare un basamento contrassegnato con la croce dei cavalieri di Malta: nella parte superiore, questo misterioso arredo reca una lastra chiusa ermeticamente da un sigillo in metallo. Potrebbe trattarsi di un reliquiario, ma non è escluso che possa custodire reperti di altro genere.

Come già accaduto a tante chiese della cristianità, il tempio di S.Antonio Abate è stato progressivamente circondato da sepolture, fino a divenire parte integrante del cimitero locale. Alcune tombe si trovano al suo interno, murate nelle pareti e nel pavimento; altre sono nella cripta sotterranea, indicata da alcune fonti addirittura come l’ingresso di un passaggio segreto oggi inaccessibile.

Il passaggio avrebbe messo in comunicazione la chiesetta con il convento di Sant’Antuneddu, sito nella vicina Gravina di Catania. I monaci di Sant’Antuneddu erano abili intagliatori di legno: molti edifici religiosi dell’area etnea si sono avvalsi della loro arte. Alcune opere realizzate da questa comunità stupiscono per la singolarità dei motivi che le ornano: un simbolismo che potrebbe attestare l’aderenza a culti misterici o ad attività di stampo massonico.

Le storie locali, effettivamente, fanno spesso riferimento all’esistenza di logge massoniche e società segrete: è possibile che queste associazioni abbiano utilizzato ambienti sotterranei per le loro riunioni e le loro attività, e il cunicolo sottostante la chiesetta potrebbe essere stato uno di questi luoghi. Pertanto, alcune delle confraternite del paese non avrebbero scelto solo per ragioni estetiche gli strani simboli che ancora oggi si possono ammirare sulle loro cappelle funerarie.

Nella parte esterna della costruzione, i restauri più recenti hanno conservato il primitivo contrasto fra l’elemento indigeno (la pietra nera, in particolare) e l’atmosfera nordica; hanno però modificato in modo significativo l’interno, sostituendo alla pietra lavica ” a vista” la parete intonacata e rinnovando completamente alcuni elementi, come il binario divisorio e la piccola vetrata del rosone. Il soffitto, invece, è stato restituito al suo antico aspetto “rustico” con le travi di legno.

Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice, ad eccezione della prima ( opera di Giulio Pappa da Wikipedia)

Fonti:

  • Donatella Pezzino, I Templari alle pendici dell’Etna? su “Agorà” n.46 (Ottobre-Dicembre 2013) Catania, Editoriale Agorà, 2013, pp.50-53.
  • Antonino Somma, Sul Tempio gotico esistente in Mascalucia, denominato S.Antonio Abate, in Giornale di Scienze, Lettere e Arti, n.75, Palermo, 1841, pp.194-204.
  • Alfio Zappalà, Mascalucia, Storia di un secolo… attraverso l’occhio di una reflex, usanze e tradizioni del passato, Mascalucia, 2002.
  • Karen Ralls, I Templari e il Graal, Roma, Edizioni Mediterranee, 2004.
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Centuripe

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene. Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari.

Distintivo della cultura di Centuripe nel periodo classico è il Lekanis, un vaso policromo biansato composto da una coppa bassa e da un coperchio, con piede ad anello ed estrosi decori, sia scolpiti che dipinti; dal III secolo a.C. si aggiungono a questa produzione anche le caratteristiche statuette fittili che hanno meritato a Centuripe l’appellativo di “Tanagra della Sicilia”. Queste figurine, riproducenti soprattutto eroi, dei, danzatrici e animali, colpiscono per la grazia dell’espressione, la morbidezza della modellatura e la vivacità del movimento.

L’ellenizzazione della città divenne totale a partire dal IV secolo a.C, quando Timoleonte, cacciato il tiranno Nicodemo e deportata l’intera popolazione, vi installò nuovi coloni. Il controllo di Centuripe rappresentava un vantaggio estremamente importante dal punto di vista militare, data la posizione strategica del sito.

Bust of a Woman (Greek, Centuripe, Sicily, 300-200 BC)

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), Centuripe si sottomise spontaneamente ai Romani, che le elargirono diversi privilegi. Dichiarata città libera, fu esentata da qualunque tassa, e conobbe da questo momento un grandissimo sviluppo, diventando una delle più importanti e ricche città romane della Sicilia. La città ebbe un’ascesa ancor più eclatante dopo la sua distruzione, avvenuta nel 35 a.C. ad opera di Sesto Pompeo. Ottaviano, a cui i centuripini erano sempre rimasti fedeli, la fece ricostruire e le assegnò la cittadinanza romana.

In età imperiale, la potenza di Centuripe arrivò alla sua massima espansione: la grande quantità di vasellame e gli imponenti resti monumentali di questo periodo ne attestano non solo la ricchezza, ma anche un ruolo politico di prestigio. Un articolo di Rosario Patanè, pubblicato su La Sicilia di qualche anno fa, attribuisce ad un’importante famiglia senatoria di origine locale la massiccia presenza in loco di grandiosi edifici pubblici, dimore sontuose e mausolei come il Castello di Corradino, nato in età imperiale come edificio funerario e utilizzato poi da Corradino di Svevia come fortezza. Altri monumenti degni di nota sono il Tempio degli Augustali (I-II secolo), che si affacciava su una via colonnata, e un Ninfeo in Contrada Bagni, di cui rimangono una parete a nicchie, parti di un acquedotto e resti di una vasca di raccolta.

In età medievale, Centuripe subì ripetuti assedi che ne causarono il declino. L’abitato venne devastato e definitivamente distrutto dagli angioini (XIII sec.); il sito restò disabitato fino al XV secolo, quando cominciò a ripopolarsi con alcune famiglie scampate al terremoto e all’eruzione che avevano colpito i dintorni di Catania. Rifondata alla metà del Cinquecento con il nome di Centorbi, la città divenne feudo dei Moncada.

Nel Settecento, le sue imponenti rovine di età romana incantarono artisti di tutto il mondo come il pittore Jean Houel, e mecenati come il principe catanese Ignazio Paternò Castello di Biscari, che iniziò a sue spese le prime campagne di scavo a Centuripe, Castrogiovanni e Camarina. Il Biscari raccolse poi i reperti rinvenuti in queste zone in un ricco museo, allestito in un’ala del suo palazzo di Catania. Gli scavi intrapresi negli anni successivi hanno portato al rinvenimento di una quantità impressionante di altri reperti: parte di questo patrimonio è oggi custodito al Museo Regionale di Centuripe e in altre sedi museali siciliane (Palermo, Siracusa). Alcuni reperti vengono ospitati all’estero, in grandi strutture come il British Museum e il Metropolitan Museum of Art di New York.

Donatella Pezzino

Fonti

  • Wikipedia
  • Salvatore Rosano, Centuripe. Passato e presente di un’antica città, Oristano, S’Alvure Editore, 1996.
  • Rosario Patanè, Centuripe dalla preistoria alla distruzione medievale, in AA.VV. Studi, Ricerche, Restauri per la Tutela del Patrimonio Culturale Ennese, a cura di Salvatore Lo Pinzino, Palermo, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, 2012, pp.183-203.
  • Giacomo Biondi, Le pitture rupestri del “Riparo Cassataro”, in Contrada Picone, nel territorio di Centuripe, da Scavi e Ricerche a Centuripe, a cura di G.Rizza, 2002.

Immagine 1 – Lekanis centuripino,  (ep. 250÷300 a.C.) al Metropolitan Museum of Art, NY( foto da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11723812)

Immagine 2 – Etna vista dal castello di Carcaci da Wikipedia (Di Archenzo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2276107)

Immagine 3 – Lekanis centuripino al museo di Düsseldorf, da Wikipedia (Di DerHexer – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11505702)

Immagine 4 – Statuetta fittile di danzatrice, II sec. a.C. da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11803966)

Immagine 5 –  Busto di donna conservato al Getty Villa Museum, Los Angeles, da Wikipedia  (Di Dave & Margie Hill / Kleerup from Centennial, CO, USA – Getty Villa – CollectionUploaded by Marcus Cyron, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30179117)

Immagine 6 – Terme romane di età imperiale di contrada Bagni da Wikipedia (Di Nicolò Fiorenza – Nicolò Fiorenza, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31812037)

Immagine 7 – Mausoleo Romano detto Castello di Corradino, da Wikipedia (Di Caillebotte.G. – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8015530)

Immagine 8 – Una sala del Museo Archeologico Regionale di Centuripe, foto da http://sacenturipe.altervista.org/blog/?p=599

Girolama Lorefice Grimaldi

Girolama Lorefice Grimaldi nacque a Modica (RG) il 27 settembre 1681.

Figlia del principe Enrico Grimaldi e della gentildonna Agnese Scalambro Valseca, ebbe come precettore il celebre medico, filosofo e letterato Tommaso Campailla (1668-1740), suo illustre concittadino. Campailla le si affezionò in modo particolare, colpito dalla sua propensione per le lettere e dalla sua curiosità per gli studi scientifici.  I due strinsero un affettuoso rapporto di stima e di amicizia, come testimoniano gli scambi epistolari e letterari. Lo scienziato mantenne sempre nei confronti della sua discepola e amica un ruolo di guida e di protezione.

Ancora giovane, Girolama andò sposa al barone di Camemi, Blasco Castilletti (zio di Campailla); rimasta vedova, si risposò con Giacinto Lorefice. Gli obblighi familiari non la allontanarono dalla poesia, che continuò sempre a coltivare con impegno e passione. Si affiliò a diverse accademie (De’ Geniali, Del Buon Gusto, Degli Occulti di Trapani, Dei Vaticinanti di Marsala, Degli Ardenti di Modica; dei Pastori Ereini di Palermo, con il nome di Cloe Florestilla), probabilmente introdotta dallo stesso Campailla.

In Girolama, Tommaso Campailla ritrovò il suo ideale di donna virtuosa: colta, intelligente, dai costumi morigerati e con un lodevole attaccamento alla famiglia. Era dotata anche di una notevole forza d’ animo, come dimostrò in occasione di gravi perdite familiari (come quella della madre, morta nel terremoto del 1693).  Un atteggiamento serio e discreto, quello della poetessa, che si mostra in modo evidente nell’aspetto estetico: come si nota nel ritratto pubblicato su “La Dama in Parnaso”, Girolama era bella, signorile, ricercata e al tempo stesso squisitamente sobria.

In un periodo in cui le dame ostentavano scollature, gioielli vistosi e acconciature elaborate, la Grimaldi indossava abiti ricchi ma castigati e si pettinava con un semplice chignon dietro la nuca, offrendo l’immagine di una bellezza fresca e spontanea nella quale rifulgevano soprattutto le doti interiori. Celebre, in proposito, è una sua “risposta poetica” ad un sonetto del Campailla sul rapporto fra bellezza e sapere:

Pocu mi curiria di la biddizza,

s’avissi veramenti lu sapiri;

pirchì la vera, e stimata biddizza,

è l’essir’arricchita di sapiri.

Nel 1723, Girolama pubblicò il volume “La Dama in Parnaso”, che raccoglieva alcune fra le sue migliori composizioni. Nonostante gli apprezzamenti entusiasti del Campailla e di altri arcadi, non mancarono le critiche, soprattutto negli anni successivi: nel suo Prospetto, ad esempio, Domenico Scinà scrisse che l’opera “non manca, è vero, di forza ne’ concetti, ma sempre va in traccia di bisticci, di esagerazioni, e di false arguzie.”

La silloge è composta per lo più da sonetti dedicati a familiari e amici: è quindi normale che risenta della scarsa originalità tipica dei componimenti d’occasione. Non mancano i versi di argomento sacro, storico e biblico, nonchè i testi dedicati a sé stessa.

Nella scrittura di Girolama emerge già quel movimento di reazione agli eccessi del barocco promossa dall’Accademia del Buon Gusto; lo stile attinge in larga misura al petrarchismo idillico, filtrato attraverso la fredda correttezza dell’Arcadia, secondo un canone proprio di tanta poesia del tempo. L’impronta petrarchesca è particolarmente vivida in questa poesia, intitolata Gode della solitudine:

Là, dove l’ombra fa mesta, ed oscura
selva di tronchi, e d’alberi frondosi,
drizzo le piante, e da’ ruscelli ondosi
traggo le linfe a dissetar l’arsura.

Quivi gl’ arcani occulti di natura
contemplo, ed i Fenomeni più ascosi,
e a le mie cure, a’ miei pensier nojosi
cerco di rallentar la sua tortura.

Piacemi di saper, come al suo Polo
la magnetica pietra ogn’or s’agiri,
e come tremi impaurito il suolo.

E d’ond’escono i venti, e d’onde l’Iri
rapporta i suoi color. Ma intender solo
la natura non sò de’ miei martiri.

Nonostante gli intensi contatti con accademie e letterati di ogni parte della Sicilia, la poetessa – esattamente come il suo maestro – non si allontanò mai dalla sua città d’origine, dove morì nel 1762.

*

Donatella Pezzino

Fonti:

 

Lauretta Li Greci

Nata a Palermo il 15 novembre 1833, Lauretta li Greci era poco più che una bambina quando cominciò a scrivere e pubblicare versi. Il suo precoce talento poetico le procurò un’immediata fama, insieme all’apprezzamento per la finezza stilistica dei versi  e per la dolcezza malinconica delle riflessioni di cui si facevano portavoce. Nonostante la giovanissima età, Lauretta scriveva soprattutto con il pensiero rivolto alla morte: la giovinetta era infatti ammalata di tisi e la consapevolezza della fine imminente non poteva che permeare in modo significativo tutta la sua scrittura.

Adombrandone ogni parola e ogni afflato, la morte fu sempre presente nei suoi versi e li velò di una tenerezza cupa e struggente: un rimpianto che fu, insieme, accorato e rassegnato. Lauretta Li Greci morì, non ancora sedicenne, il 3 luglio 1849.

Dotata di una sensibilità non comune e di una cultura notevole per la sua giovane età, la poetessa lasciò nella poesia femminile dei suoi tempi un’impronta profonda, tanto da essere ricordata a lungo nei decenni successivi alla sua morte. A compiangerne la perdita furono tanti intellettuali e poeti, siciliani e non; un omaggio particolarmente affettuoso le venne tributato da Rosina Muzio Salvo, che le dedicò il celebre carme “In morte di Lauretta Li Greci”. Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei: “La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Ancora oggi è possibile ammirare il monumento a lei dedicato, opera dello scultore Rosario Anastasi, nella chiesa di San Domenico a Palermo, di fronte alla tomba di un’altra illustre poetessa, Giuseppina Turrisi Colonna. Dimenticata e molto difficile da reperire, invece, è la sua produzione poetica. I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:

Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833. Il suo monumento sorge nella chiesa di San Domenico , rimpetto a quello dell’ illustre poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, della quale un anno innanzi aveva pianto in dolcissimi versi la immatura perdita.

E ancora, a proposito della poesia “Alla luna”:

I versi stampati in corsivo furono scritti da Lauretta Li Greci un giorno innanzi la sua morte. Stanca dal lungo morbo che la consuma, ella volge i suoi sguardi alla Luna, e l’invoca pietosa ai suoi dolori,
e quasi presaga del suo fine, le volge l’ultimo addio. Questo canto,diffuso di una cara malinconia , non fu da lei compito ; forse per le prostrate sue forze non potè rivelare interamente quello slancio
sublime dell’ anima, quell’ estrema scintilla di una luce vicina ad estinguersi. Io ho tentalo di continuarlo, seguendo le tracce de’ suoi pensieri e investendomi degli affetti della morente giovinetta.

***

Alla luna (1841)

0 amica Luna, che agli afflitti il core
Dolcemente conforti, a te rivolgo
Le mie querele, tu pietosa almeno
A me sorridi, e quando il firmamento
Da’ tuoi raggi coperto, in tuo viaggio
Peregrina trascorri, a me l’estremo
Addio rivolgi!… Un giorno ancora!… un giorno…
E forse io più non ti vedrò!… la tua
Pallida luce splenderà più mesta
Sul mio sepolcro!

Oh potess’ io pei campi
Del del teco vagar, dalla mortale
Creta disciolta ! oh potess’ io, solingo
Spirto, aggirarmi sulle verdi zolle
Della terra nativa, i cari luoghi
Riveder dei dolci anni e il mio soave
Tetto materno!

*

A Girolamo Ardizzone (1849)

E quella dolce speme, che risplende
Qual iride di pace oltre l’avello,

Mi conforta sovente in sulla terra,

Ov’ io languo qual fior, che innanzi sera
Piega le foglie. Nel materno tetto
In cui vivo solinga, a me dischiusi
Fur dell’arte i misterij e l’armonia
Del bello intesi, che a profano orecchio
Risonar non può mai; nella celeste
Luce del vero s’ispirò la mente,

E ignoto spirto, ch’io comprendo ed amo.
Su di un raggio di stella a me discese:

« E, prendi egli mi disse, o mia diletta,

« Prendi quest’ arpa che dal ciel ti reco
Messaggiero di Dio; ma casta e pura
« Qual da me la ricevi ognor la serba! »

E tentai quelle corde, e dolci suoni
Ne trassi, amor cantando, e fede, e speme,

Unica meta coi l’uman pensiero
Negli affanni vagheggia e nel dolore.

Or muta è l’ arpa: dal mortai riposo
Chi destarla potrà ? qual man rapirle
Nuovi concenti? Tutta in me già sento
Mancar la vita; più non m’ arde in petto
L’ immensa, arcana, irresistibil fìamma,
Che a cantar m’incitava. Eppur sovente
In quell’ ore solinghe al pianto sacre,
Rammento i dì felici, in cui vegliando
Al fioco lume di notturna lampa
Educava la mente a nobil’opre;

E del cieco di Scio negli immortali
Canti, e di Saffo nelle ardenti note
lo m’ ispirava. La magnanim’ ira
Dell’esul ghibellino; il casto amore
Del cantor di Vaichiusa; il rio destino
Del misero Torquato, e il tardo alloro
Che la sua coronò gelida fronte;

Di Gaspara gli affanni e il disperato
Amor, che innanzi tempo a lei dischiuse
L’avello ; di Vittoria il nobil core,

Ed il casto da lei vedovo letto
Lungamente serbato; ahi tutto allora
Mi destava nel cor sublimi sensi !

E salve, io ripetea, salve o d’Italia
Illustri figli, che in perenne lotta
Colla sventura, intemerata fama
Serbaste e nome altero! Ahi quante volte
Brancolando cercai dentro le vostre

Tombe quel foco animator, che i vostri
Petti infiammava! ahi quante volte attinsi
Da voi nova virtude e forze nove!

Dalla Terra del sol, dalle ridenti
Prode che bagna il limpido Tirreno
A voi mando un saluto! Oh se potessi
A voi congiunta nell’ eterno Amore,
Inebbriarmi, errar di stella in stella.

Tutta goder quella suprema, immensa
Felicità, che invan si cerca in terra;

Quanto lieta sarei! ma forse ancora

Mi rimane a soffrir; forse vicino

Non è quel giorno, in cui, dal suo terreno

Velo disciolta, alle celesti sfere

Spiegherà la mia stanca anima il volo!

(Dal libro “Canti di Girolamo Ardizzone” – 1867 – Tipografia del Giornale di Sicilia – consultabile al seguente link: https://archive.org/details/bub_gb_K6CXm0ZrJ3sC)

Nella foto: La scultura che ritrae Lauretta Li Greci, posta sul suo monumento commemorativo al pantheon del convento di San Domenico a Palermo ( da http://www.domenicani-palermo.it/pantheon.html)

Altre fonti:

Donatella Pezzino

 

Gertrude Cordovana

1zgdvsSuor Gertrude Maria, al secolo Filippa Cordovana, nacque a Caltanissetta verso il 1667. Della sua vita si hanno poche, scarne notizie: tutto ciò che si sa di lei deriva dal celebre “Atto pubblico di fede” pubblicato da Antonino Mongitore, storico, scrittore e canonico del capitolo della cattedrale di Palermo.

Nel suo “Atto pubblico di fede solennemente celebrato nella città di Palermo à 6 aprile 1724 dal Tribunale del S. Uffizio di Sicilia, dedicato alla maestà C. C. di Carlo 6. imperadore e 3. re di Sicilia”, infatti, il Mongitore descrisse in modo particolareggiato le vicende che portarono all’esecuzione di Suor Gertrude e di un frate dell’Ordine degli Agostiniani Scalzi, fra Romualdo di Sant’Agostino. Entrambi appartenenti alla Diocesi di Girgenti ( Agrigento ), Romualdo e Getrude furono accusati di adesione all’eresia quietista, sottoposti a tortura e poi rilasciati al braccio secolare.

Il 27 giugno del 1699, poco più che trentenne, Gertrude fu gettata nelle carceri del S.Uffizio: ma nemmeno anni di estenuanti interrogatori e terribili sevizie riuscirono a piegarla. Di fronte alle accuse, gli inquisitori la trovarono “Superba, Scandalosa, Ippocrita, Temeraria, e Vanagloriosa”: in un simile contesto, affermazioni del genere servono solo ad attestare che la donna, coraggiosamente, cercava solo di difendere la propria innocenza. Più avanti, infatti, il documento riporta: “Di questi, ed altri delitti accusata, stando avanti i Signori Inquisitori, niegò prima il tutto, spacciandosi innocente. In altre udienze poi, una e due volte confessò vere le sue enormità, alcune delle quali inorpellò con varie scuse, e sol niegò alcune circostanze. Ma in altra udienza appresso, niegò quanto aveva confessato, e andò in furia, fingendosi pazza.” Le torture, le vessazioni e i complicati giri di parole dei preposti all’interrogatorio producevano infatti di volta in volta un effetto differente. Ma di cosa era accusata esattamente Suor Gertrude?

Fra i capi di imputazione a carico della suora nissena spiccano gli atti impuri compiuti con il confessore, della quale ella non si pentiva perchè convinta che accrescessero la purezza; la comunione con due particole “stimandosi dotata di più perfezione, e degli altri più meritevole”; l’istigazione alla disobbedienza per aver esortato una consorella a comunicarsi nonostante l’espresso divieto del confessore; ma, soprattutto, l’adesione al quietismo-molinismo. Nel periodo considerato, infatti, seguire l’eresia quietista era considerato dalla Curia uno dei reati peggiori.

Il quietismo traeva origine dal pensiero teologico del gesuita spagnolo Miguel de Molinos ( da qui l’appellativo di “molinismo”), condannato per eresia e immoralità e morto in carcere nel 1696. Secondo Molinos, la ricerca della perfezione doveva privilegiare l’unione diretta con Dio, ottenibile da uno stato di passività e di annullamento della volontà e di qualsiasi attività intellettuale. Quando l’anima, attraverso l’orazione di quiete, raggiunge questo stato di purezza non ha più bisogno di pratiche esteriori, di preghiere o sacramenti: basta il semplice annichilimento in Dio per trasfigurarla e purificarla. In questo modo venivano svuotati di significato le gerarchie ecclesiastiche, le funzioni religiose e le opere con relativi premi e punizioni. Non aveva senso confessare i peccati, nè resistere alle tentazioni in quanto il diavolo sarebbe stato sconfitto automaticamente da questo stato di intima unione dello spirito con Dio.

Non sappiamo quanto e in che modo Suor Gertrude avesse effettivamente manifestato la sua adesione a questo pensiero: è possibile che ella abbia semplicemente rifiutato alcune imposizioni che non sentiva consone al suo modo di vivere la fede.

Nel 1705 fu dichiarata ufficialmente “eretica formale, impenitente e incorreggibile” e rilasciata al braccio secolare. Con Romualdo, anch’esso condannato per le stesse motivazioni, la donna fu protagonista di uno macabro spettacolo in pompa magna. L’esecuzione si tenne nel 1724 a Palermo, al Piano di Sant’Erasmo, preceduta da un cerimoniale organizzato con teatralità sconcertante. Gertrude e Romualdo, vestiti con i sai dei loro ordini, con mitre sul capo e con una sopravveste cosparsa di pece, furono bruciati vivi davanti ad una folla immensa. Di Getrude colpì fino alla fine il contegno fermo e orgoglioso con il quale accettò il suo destino pur di non perdere la sua dignità.

Donatella Pezzino

Immagine tratta dal sito http://portalemisteri.altervista.org

Fonti:

La chiesa del Santo Spirito e i Vespri Siciliani

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La guerra dei Vespri Siciliani iniziò a Palermo con la rivolta del lunedi di Pasqua del 1282 ( 30 marzo), scoppiata in seguito alla perquisizione arbitraria di una gentildonna da parte di un soldato francese. L’episodio si svolse davanti alla chiesa normanna del Santo Spirito, che da allora è conosciuta anche con il nome di “Chiesa del Vespro”.

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L’edificio fu realizzato nel 1178 per iniziativa di Margherita di Navarra, consorte del re normanno Guglielmo il Malo,  e affidato all’Ordine cistercense; nel XVIII secolo vi sorse attorno il cimitero di Sant’Orsola ma ciò non ha reso meno suggestiva la sua bellezza.

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L’impianto è basilicale, a tre navate con sei colonne e otto archi; il cappellone maggiore porta la firma del celebre scultore palermitano Antonello Gagini  (1478 – 1536). Il pregiato soffitto ligneo e lo stupendo Crocifisso in legno risalente al XV secolo rendono questa chiesa ancora più preziosa.

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L’avvenimento più celebre legato a questa chiesa è stato scelto come soggetto da artisti del calibro di Francesco Hayez (Venezia, 1791 – Milano,1882), Michele Rapisardi (Catania, 1822 – Firenze, 1886) ed Erulo Eroli (Roma, 1854 –  1916 ). I loro dipinti ne hanno immortalato il momento cruciale: il soldato francese Drouet, forte dell’impunità di cui godono gli angioini nel compiere ogni sorta di angherie ( ragione che, insieme al fiscalismo eccessivo, li ha resi ormai odiosi ai siciliani), col pretesto di una perquisizione mette le mani addosso ad una gentildonna che sta uscendo dalla chiesa in compagnia del consorte. La signora sviene; il marito strappa la spada al francese e lo uccide.

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Dilagata rapidamente in tutta l’isola, l’insurrezione si trasformò in una vera e propria “caccia al francese”. Per identificare il nemico gli insorti facevano proferire ad ogni persona sospetta la parola “ciciri” ( in siciliano “ceci”), la cui corretta pronuncia era impossibile per i francesi.

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La rivolta assunse il volto di una vera e propria guerra quando i nobili siciliani offrirono la corona a Pietro III d’Aragona, che di lì a pochi mesi sbarcò nell’isola con la flotta.

I_vespri_siciliani_-_Michele_Rapisardi

Fu una guerra lunghissima e sanguinosa , che vide contrapposti Angioini e Aragonesi per il possesso del meridione d’Italia e che si concluse definitivamente solo nel 1347 con la pace di Catania, firmata nelle sale del Castello Ursino ( sopra ) fra Giovanni D’Aragona e la regina Giovanna D’Angiò. L’accordo, messo in atto solo successivamente, alla fine del secolo, sancì di fatto il distacco fra Regno di Napoli e Regno di Sicilia.

Donatella Pezzino

Fonti:

  • Wikipedia
  • Michele Amari, La guerra del Vespro Siciliano o Un periodo delle storie siciliane del secolo XIII, Parigi, Baudry, Libreria Europea, 1843.

Immagini:

Foto 1 da Wikipedia ( Di Enzian44 – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2894921)

Foto 2-3-4 di Arturo Di Vita http://www.arturodivitafotografia.it

Foto 5: dipinto di Erulo Eroli (di Davide Mauro, da Wikipedia)

Foto 6: dipinto di Francesco Hayez (Di Francesco Hayez – The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN: 3936122202., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=152595)

Foto 7: dipinto di Michele Rapisardi (di Davide Mauro, da Wikipedia)