Centuripe

Sito a 65 km da Enna, l’abitato di Centuripe è arroccato su una formazione montuosa, a 733 metri sul livello del mare: dalla sua particolare posizione è possibile scorgere il versante occidentale dell’Etna, la valle del Simeto e parte della Piana di Catania. Di origine antichissima, la città è sorta su un nucleo preistorico, formatosi con molta probabilità durante il Paleolitico; le prime tracce certe di insediamenti umani, però, risalgono al Neolitico, e sono state rinvenute in terreni fertili prossimi al corso del Simeto e del Dittaino, vie di comunicazione oltre che fonti di approvvigionamento idrico. Fra i documenti più notevoli databili a quest’epoca, le pitture rupestri ritrovate in contrada Picone, 400 metri a ovest del Simeto.

Nell’età del ferro, forse per motivi difensivi, gli indigeni della zona tendono ad allontanarsi dal corso dei fiumi e a stabilirsi sule alture, dove si crea una rete di villaggi. Su questa situazione si innesta nel VIII secolo a.C. la colonizzazione greca, che trasforma il posto da comunità di villaggio prevalentemente agricola a vero e proprio centro urbano. L’arrivo dei coloni greci, infatti, porta ad un forte aumento del valore degli scambi e al conseguente rafforzamento delle élites indigene. Tra Siculi e Greci si sviluppa un peculiare progresso di integrazione che dà vita ad una cultura unica nel suo genere. L’ellenizzazione degli indigeni di Centuripe coinvolge progressivamente ogni settore, dal modo di vivere al gusto artistico. Massima espressione di quest’ultimo sono le ceramiche, che alimentano una produzione fiorente con forme e cromatismi molto particolari.

Distintivo della cultura di Centuripe nel periodo classico è il Lekanis, un vaso policromo biansato composto da una coppa bassa e da un coperchio, con piede ad anello ed estrosi decori, sia scolpiti che dipinti; dal III secolo a.C. si aggiungono a questa produzione anche le caratteristiche statuette fittili che hanno meritato a Centuripe l’appellativo di “Tanagra della Sicilia”. Queste figurine, riproducenti soprattutto eroi, dei, danzatrici e animali, colpiscono per la grazia dell’espressione, la morbidezza della modellatura e la vivacità del movimento.

L’ellenizzazione della città divenne totale a partire dal IV secolo a.C, quando Timoleonte, cacciato il tiranno Nicodemo e deportata l’intera popolazione, vi installò nuovi coloni. Il controllo di Centuripe rappresentava un vantaggio estremamente importante dal punto di vista militare, data la posizione strategica del sito.

Bust of a Woman (Greek, Centuripe, Sicily, 300-200 BC)

Durante la prima guerra punica (264-241 a.C.), Centuripe si sottomise spontaneamente ai Romani, che le elargirono diversi privilegi. Dichiarata città libera, fu esentata da qualunque tassa, e conobbe da questo momento un grandissimo sviluppo, diventando una delle più importanti e ricche città romane della Sicilia. La città ebbe un’ascesa ancor più eclatante dopo la sua distruzione, avvenuta nel 35 a.C. ad opera di Sesto Pompeo. Ottaviano, a cui i centuripini erano sempre rimasti fedeli, la fece ricostruire e le assegnò la cittadinanza romana.

In età imperiale, la potenza di Centuripe arrivò alla sua massima espansione: la grande quantità di vasellame e gli imponenti resti monumentali di questo periodo ne attestano non solo la ricchezza, ma anche un ruolo politico di prestigio. Un articolo di Rosario Patanè, pubblicato su La Sicilia di qualche anno fa, attribuisce ad un’importante famiglia senatoria di origine locale la massiccia presenza in loco di grandiosi edifici pubblici, dimore sontuose e mausolei come il Castello di Corradino, nato in età imperiale come edificio funerario e utilizzato poi da Corradino di Svevia come fortezza. Altri monumenti degni di nota sono il Tempio degli Augustali (I-II secolo), che si affacciava su una via colonnata, e un Ninfeo in Contrada Bagni, di cui rimangono una parete a nicchie, parti di un acquedotto e resti di una vasca di raccolta.

In età medievale, Centuripe subì ripetuti assedi che ne causarono il declino. L’abitato venne devastato e definitivamente distrutto dagli angioini (XIII sec.); il sito restò disabitato fino al XV secolo, quando cominciò a ripopolarsi con alcune famiglie scampate al terremoto e all’eruzione che avevano colpito i dintorni di Catania. Rifondata alla metà del Cinquecento con il nome di Centorbi, la città divenne feudo dei Moncada.

Nel Settecento, le sue imponenti rovine di età romana incantarono artisti di tutto il mondo come il pittore Jean Houel, e mecenati come il principe catanese Ignazio Paternò Castello di Biscari, che iniziò a sue spese le prime campagne di scavo a Centuripe, Castrogiovanni e Camarina. Il Biscari raccolse poi i reperti rinvenuti in queste zone in un ricco museo, allestito in un’ala del suo palazzo di Catania. Gli scavi intrapresi negli anni successivi hanno portato al rinvenimento di una quantità impressionante di altri reperti: parte di questo patrimonio è oggi custodito al Museo Regionale di Centuripe e in altre sedi museali siciliane (Palermo, Siracusa). Alcuni reperti vengono ospitati all’estero, in grandi strutture come il British Museum e il Metropolitan Museum of Art di New York.

Donatella Pezzino

Fonti

  • Wikipedia
  • Salvatore Rosano, Centuripe. Passato e presente di un’antica città, Oristano, S’Alvure Editore, 1996.
  • Rosario Patanè, Centuripe dalla preistoria alla distruzione medievale, in AA.VV. Studi, Ricerche, Restauri per la Tutela del Patrimonio Culturale Ennese, a cura di Salvatore Lo Pinzino, Palermo, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, 2012, pp.183-203.
  • Giacomo Biondi, Le pitture rupestri del “Riparo Cassataro”, in Contrada Picone, nel territorio di Centuripe, da Scavi e Ricerche a Centuripe, a cura di G.Rizza, 2002.

Immagine 1 – Lekanis centuripino,  (ep. 250÷300 a.C.) al Metropolitan Museum of Art, NY( foto da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11723812)

Immagine 2 – Etna vista dal castello di Carcaci da Wikipedia (Di Archenzo – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2276107)

Immagine 3 – Lekanis centuripino al museo di Düsseldorf, da Wikipedia (Di DerHexer – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11505702)

Immagine 4 – Statuetta fittile di danzatrice, II sec. a.C. da Wikipedia (Di I, Sailko, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11803966)

Immagine 5 –  Busto di donna conservato al Getty Villa Museum, Los Angeles, da Wikipedia  (Di Dave & Margie Hill / Kleerup from Centennial, CO, USA – Getty Villa – CollectionUploaded by Marcus Cyron, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30179117)

Immagine 6 – Terme romane di età imperiale di contrada Bagni da Wikipedia (Di Nicolò Fiorenza – Nicolò Fiorenza, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=31812037)

Immagine 7 – Mausoleo Romano detto Castello di Corradino, da Wikipedia (Di Caillebotte.G. – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8015530)

Immagine 8 – Una sala del Museo Archeologico Regionale di Centuripe, foto da http://sacenturipe.altervista.org/blog/?p=599

L’anfiteatro romano di Catania

 

coliseum

Ancora oggi, l’anfiteatro romano di Catania non smette di affascinare. La porzione visibile sotto il piano stradale conferisce a piazza Stesicoro un aspetto unico, non riscontrabile in nessun altro centro urbano. Al visitatore che si affacci dalla balaustra per ammirarne i resti può risultare difficile immaginarne l’estensione originaria: con i suoi 309 metri di circonferenza esterna e un’arena di 192 metri, l’edificio è uno dei più grandi teatri di epoca romana ( il terzo dopo il Colosseo e l’arena di Verona; poteva ospitare circa 15.000 spettatori). Occupava infatti una zona molto ampia, compresa fra le odierne via Neve, via Manzoni e via Penninello, arrivando fino a ridosso delle collina Montevergine: si trovava quindi sul lato settentrionale della città, nei pressi della necropoli.

Fu costruito nel II secolo d.C.: la datazione è ancora incerta, ma le caratteristiche archtettoniche lo collocano verosimilmente fra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio.  Nel corso del secolo successivo vennero eseguiti lavori di ampliamento che ne triplicarono le dimensioni. Fu quello, probabilmente, il periodo di massimo splendore durante il quale vi vennero rappresentati spettacoli di ogni genere: combattimenti fra gladiatori, lotte fra uomini e animali feroci e perfino battaglie navali. Tracce di materiali e sistemi idraulici ritrovati all’interno della struttura documentano infatti l’ occasionale adattamento di questo anfiteatro a naumachia: l’arena, in altre parole, veniva riempita d’acqua e trasformata n una vera e propria piscina dove si svolgevano spettacoli acquatici.

La singolarità della costruzione si esprimeva anche nell’estetica: come la maggior parte degli edifici catanesi, infatti, questo anfiteatro è stato interamente fabbricato in pietra lavica, mentre l’arena e gli spalti erano rivestiti in marmo. Il contrasto cromatico che ne derivava era davvero spettacolare: nero all’esterno, bianco abbagliante all’interno. Questa accurata ricostruzione in 3D consente di farsi un’idea:

http://catania.liveuniversity.it/2015/07/26/catania-living-lab-ecco-la-ricostruzione-in-3d-dellanfiteatro-di-piazza-stesicoro-video/

L’eruzione del 251 d.C. coprì una parte dell’edificio, assestando un primo, duro colpo alla sua integrità. Sotto l’impero di Costantino, l’anfiteatro di Catania andò incontro all’inesorabile declino di tutti gli anfiteatri del mondo romano: in questo periodo, infatti, l’influenza del cristianesimo portò le autorità a proibire i combattimenti dei gladiatori perchè ritenuti troppo violenti. Col diradarsi degli spettacoli, l’edificio cadde progressivamente in abbandono.

Alla fine del V secolo, il suo degrado era così avanzato che i catanesi chiesero a Teodorico il permesso di riutilizzarne il materiale per restaurare le mura cittadine. Solitamente restìo a consentire la demolizione dei monumenti della romanità, l’imperatore non potè far altro che prendere atto del cattivo stato della struttura. Il permesso fu accordato e l’anfiteatro, già molto malridotto, venne privato delle pietre e dei marmi.

Verso la fine del XVI secolo, la parte superiore venne demolita: la sua posizione adiacente alle mura, infatti, poteva essere sfruttata dai nemici per assediare la città. Il materiale rimosso servì da riempimento per i corridoi. Nello stesso periodo, l’edificio cominciò ad attirare l’attenzione di alcuni studiosi, come Lorenzo Bolano e Pietro Carrera, che formularono le prime ipotesi sulla sua origine. Secondo il Carrera, in particolare, la struttura sarebbe stata impiantata su un antico teatro greco; questa fonte fu poi smentita nel Settecento in seguito agli scavi dei principe di Biscari, che aiutarono a studiare l’anfiteatro in modo diretto e ad attestarne l’origine romana.

Il terremoto del 1693 danneggiò ulteriormente la costruzione riducendola a pochi ruderi; nel suo piano di riedificazione della città, il Duca di Camastra non contemplò il recupero dell’anfiteatro e lo seppellì completamente. Sopra, vi fu costruita una piazza d’armi. Il comportamento del Duca e dei suoi collaboratori non deve stupire: non esisteva ancora, all’epoca, una spiccata sensibilità verso le testimonianze del mondo classico.

Nel 1748 il principe di Biscari Ignazio Paternò Castello, archeologo e mecenate di grande prestigio, promosse i primi scavi a sue spese portando alla luce un intero corridoio e quattro archi della galleria esterna. L’ingresso di questo corridoio, visibile da via del Colosseo, alimentava nel popolo ogni sorta di leggende, spesso inquietanti: una delle più famose raccontava di una scolaresca che si era avventurata all’interno e non ne era più uscita.

Nel 1904, il sindaco De Felice assegnò all’archtetto Filadelfo Fichera il compito di effettuare uno scavo in piazza Stesicoro per riportare alla luce un settore cospicuo della struttura. Nel 1943, i suoi corridoi furono sfruttati come rifugio durante i bombardamenti; negli anni successivi rimase chiuso al pubblico per lunghi periodi a causa di alcuni presunti episodi tragici accaduti ai visitatori che tentavano di esplorarne i cunicoli. Danneggiato dalle infiltrazioni delle acque reflue delle fognature vicine, l’anfiteatro è stato poi sottoposto a risanamento e riaperto alle visite nel 1999.

Donatella Pezzino

Immagine: L’anfiteatro visibile da Piazza Stesicoro ( foto D.Pezzino)

Fonti:

-Cesare Sposito, L’anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero, valorizzazione, Palermo, Flaccovio, 2003

-AA.VV., Catania Antica, atti del convegno della SISAC ( Catania 23-24 maggio 1992) a cura di Bruno Gentili, Pisa-Roma 1996