Abakainon

L’antica città di Abakainon (indicata con diverse denominazioni fra cui Abacena, Abaceno, Abacano) sorgeva nel cuore dei Nebrodi, fra le attuali Tripi e Novara di Sicilia. Originariamente sicula, fu successivamente ellenizzata e poi romanizzata. I primissimi insediamenti risalgono al paleolitico superiore (circa 18.000 anni a.C.). L’abitato  si sviluppò sempre più nel corso dei secoli, passando progressivamente dal primo aggregato preistorico alla vera e propria città, eretta verso il 1.100 a.C.

Nell’età del ferro, la popolazione indigena era composta soprattutto da contadini e piccoli artigiani. Agli inizi della colonizzazione greca (VIII sec.a.C.), gli abacenini cercarono di mantenere buoni rapporti con i dominatori, instaurando scambi commerciali e barattando i loro prodotti con ceramiche, utensili, gioielli e altri manufatti; tale equilibrio, però, era destinato a rompersi a causa della politica dispotica dei Greci. Vessati da dazi e da ogni genere di imposizione, gli abitanti di Abakainon aderirono alla rivolta di Ducezio contro Dionigi I (V secolo a.C.). Dopo la sconfitta subita dal principe siculo, la città si alleò con Cartagine in un estremo tentativo di resistenza, ma fu inutile: il tiranno di Siracusa ebbe nuovamente la meglio, ed espropriò Abakainon di gran parte del suo territorio per fondare la cittadina di Tindari (396 a.C.).

Dal 304 a.C., con l’avvento al potere del tiranno Agatocle, si creò una situazione di distensione fra Siracusa e le altre popolazioni dell’isola: Abakainon si staccò quindi dai cartaginesi per entrare nell’orbita di influenza siracusana. Le vicende della prima guerra punica portarono la città sotto l’occupazione romana; Abakainon venne eletta municipium nel 262 a.C. cambiando il suo nome in Abacaenum o Abacaena. Questa occupazione privò presto la città di tutte le sue prerogative (fra cui quella di battere moneta, che Abakainon vantava già dal V sec.a.C.) schiacciandola sotto il peso di una insostenibile pressione fiscale. Iniziò così per l’antica città sicula un periodo di declino, che si concluse con la sua distruzione ad opera di Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) nel 36 a.C. , durante una delle fasi del conflitto con Sesto Pompeo. Successivamente, un cataclisma ne cancellò le ultime tracce. Sotto i normanni e gli arabi, la popolazione rimasta si spostò sulla montagna, dove sorge l’odierna Tripi.

Sembra che il primo studioso ad individuare i resti della città antica sia stato Tommaso Fazello: verso il 1550, infatti, il celebre storico di Sciacca portò alla luce nei pressi del castello di Tripi importanti reperti archeologici, fra cui monete d’argento e di bronzo con dicitura Abakain, anfore e frammenti di ceramica. Altre campagne di scavo furono portate avanti dalla Soprintendenza Archeologica di Siracusa nel 1953 e nel 1961 e affidate a Francois Villard e Madeleine Cavalier: tali opere portarono alla scoperta di sepolture, vasi, muri e soprattutto monete, sia siracusane che mamertine, attualmente custodite in vari musei del mondo ( Siracusa, Napoli, Firenze, Parigi, Monaco, Londra, Berlino, New York). Negli anni Novanta del Novecento, nuovi importanti scavi hanno condotto alla scoperta di circa 80 sepolture databili tra la fine del IV e l’inizio del II secolo a.C. , attestanti sia l’inumazione che l’incinerazione.

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Donatella Pezzino

Immagini da http://www.etnanatura.it

Fonti:

 

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Eustochia da Messina

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Santa Eustochia, al secolo Smeralda Calafato, nacque a Messina il 25 marzo 1434.

Figlia del ricco mercante messinese Bernardo Calafato e di Mascalda Romano, Smeralda si distinse fin da bambina per la sua luminosa bellezza; diverse fonti riferiscono che il pittore coevo Antonello da Messina la volle come modella per il suo celebre dipinto della “Annunziata” (foto sopra). Proprio a causa della sua eccezionale avvenenza, la famiglia nutriva per lei la speranza di un matrimonio vantaggioso: per questo, a soli 11 anni, Smeralda fu promessa in sposa contro il suo parere ad un vedovo trentacinquenne.

Smeralda, in realtà, nutriva nel suo cuore il desiderio di consacrarsi a Dio secondo la Regola francescana. In ciò, la madre aveva sempre avuto una grande influenza: donna di fede ardente iscritta al Terzo Ordine Francescano, Mascalda aveva infatti allevato la figlia nell’amore per Chiara e Francesco e per la loro santa povertà.

Dopo due anni, il fidanzato di Smeralda morì improvvisamente, liberandola da un destino che non sentiva suo; qualche tempo dopo, non ancora quindicenne, la fanciulla comunicò ai genitori la sua decisione di entrare al monastero delle clarisse di Basicò. La reazione della famiglia fu terribile: i fratelli di Smeralda, addirittura,  minacciarono di bruciare il convento. Ostile a questa decisione era soprattutto il padre, che non aveva rinunciato all’idea di sfruttare la sua bellezza per trovarle un buon partito. Di lì a poco, però, Bernardo si spense in Sardegna, durante uno dei suoi frequenti viaggi di lavoro, e con lui cadde la più forte resistenza della famiglia alla decisione di Smeralda.

A sedici anni, Smeralda entrò finalmente al monastero delle clarisse di Basicò: ma la realtà della vita claustrale deluse ben presto le sue aspettative. Al convento, la ragazza trovò con suo disappunto una vita spirituale poco fervente e uno scarso rigore nell’applicazione della Regola. Le monache, disattendendo completamente gli insegnamenti di S.Francesco e Santa Chiara, riproducevano fra le mura del convento le stesse formule sociali in uso nel secolo: così la disciplina era profondamente allentata e i favoritismi agevolavano le suore appartenenti alle casate più ricche, che vivevano nei lussi e nelle comodità.

Smeralda, che aveva preso i voti con il nome di Suor Eustochia, si ribellò a questo stato di cose ed entrò in urto con la comunità. I contrasti fra lei e le consorelle si rivelarono insanabili: dopo alcuni anni, Eustochia decise quindi di abbandonare il monastero e, grazie al sostegno economico di un ricco parente, riuscì a fondare un nuovo convento a Messina. Era il 1464: nella sua impresa la seguirono sua madre Macalda, sua sorella e un gruppetto di fedelissime. Il nuovo monastero, chiamato “Montevergine”, basava la sua vita sul più puro spirito francescano di povertà, penitenza, carità e austerità. La prima Regola di Santa Chiara ( ovvero la sua versione più severa) vi era osservata in modo rigoroso. In un primo momento, la comunità di Eustochia venne osteggiata perfino dai frati osservanti, che si rifiutarono di fornire assistenza religiosa: ma, nonostante queste e altre difficoltà, la Calafato non si arrese e guidò il suo convento in qualità di badessa con saggezza e determinazione. Oltre a distinguersi per la sua intensa vita spirituale, il monastero di Montevergine ebbe scambi culturali con altri conventi femminili dell’Osservanza e partecipò quindi attivamente a quella rete di “monache umaniste” italiane di cui faceva parte, ad esempio, Camilla Battista da Varano.

Eustochia si spense nel gennaio del 1491 ( del 1485 secondo altre fonti); alla sua morte, la comunità era ormai cresciuta e affermata, arrivando ad una popolazione di circa 50 monache. Due anni dopo la morte di Eustochia una consorella, suor Jacopa, redasse su di lei un accurato scritto biografico, destinato ad essere rinvenuto solo nel XX secolo: sembra si tratti della prima opera letteraria siciliana in lingua italiana. Ancora oggi, il corpo incorrotto di Eustochia Smeralda è conservato in una teca di vetro presso il monastero di Montevergine di Messina ( foto sotto).

Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Eustochia l’ 11 giugno del 1988.

Donatella Pezzino

Immagini: in alto, “Annunziata” di Antonello da Messina, da wikipedia; in basso, il corpo di Santa Eustochia presso la chiesa di Montevergine ( ME), da http://www.patti24.it.

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Fonti:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Topazia Alliata

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Topazia Alliata nacque a Palermo il 5 settembre 1913.

Apparteneva ad una famiglia antica e illustre: gli Alliata, infatti, erano una casata nobiliare di origine pisana presente in Sicilia fin dal Quattrocento. Topazia era figlia del principe Enrico Alliata di Villafranca, proprietario delle cantine di Casteldaccia e della famosa azienda vinicola “Corvo Duca di Salaparuta”. La madre Sonia Ortuzar, cilena, era una cantante lirica che in gioventù aveva studiato con Enrico Caruso.

La futura pittrice, quindi, crebbe in un clima familiare molto stimolante dal punto di vista culturale. Fin da ragazzina manifestò un eccezionale talento per le arti figurative: la sua sensibilità, però, si discostava molto dai canoni artistici del suo contesto sociale e culturale. Topazia, infatti, si sentiva molto più vicina alle avanguardie che avevano in Renato Guttuso e Nino Franchina due dei massimi esponenti. In un periodo in cui l’accesso delle donne agli studi poteva risultare complicato, la ragazza si iscrisse all’Accademia di Belle Arti e, grazie al supporto del padre, fu accettata alle lezioni della Scuola Libera del Nudo, aprendo la strada ad altre giovani pittrici.

L’atteggiamento della giovane artista non mancava di suscitare scandalo negli ambienti altolocati dell’epoca, ma lei non sembrava curarsene: una forte curiosità verso il nuovo, il diverso e l’esotico la spingeva ad interessarsi a tutte le forme di cultura. Ad un concetto di vita e di arte intesi come continuo “viaggio” si univa in lei una decisa insofferenza agli schemi e alle regole prefissate:  fu questo uno dei motivi che la spinsero ad innamorarsi di Fosco Maraini, l’antropologo fiorentino che sarebbe diventato suo marito.

quadro topaziaTopazia e Fosco si sposarono nel 1935: le partecipazioni di nozze furono disegnate dalla stessa Topazia, che vi si ritrasse nuda, di spalle, insieme al suo sposo. I due si stabilirono a Fiesole, dove vissero i primi anni di matrimonio in forti ristrettezze economiche. Nel 1936 era nata la prima figlia, la futura scrittrice Dacia Maraini; qualche anno dopo, Fosco vinse una borsa di studio che richiedeva una lunga permanenza in Giappone per una ricerca incentrata sugli Ainu, una popolazione del nord dell’isola. Topazia, Fosco e la piccola Dacia si stabilirono a Hokkaido nel 1938; nel 1939 e nel 1941 la coppia ebbe altre due figlie, Yuki e Toni. Furono anni piacevoli e intensi, caratterizzati dalla conoscenza di una cultura antica e raffinata e dal contatto con i giovani intellettuali del luogo.

Nel 1943, il governo giapponese chiese ai Maraini un giuramento di fedeltà alla Repubblica di Salò: Topazia e Fosco rifiutarono e furono internati con le figlie in un campo di prigionia. Fu un periodo estremamente drammatico. Racconta Topazia:

“Ci misero in un edificio alla periferia di Nagoya. Eravamo un piccolo gruppo formato da una quindicina di italiani. La nostra famiglia, nel frattempo, era cresciuta. Tra il 1939 e il 1941 erano nate Yuki e Toni. Sentivo lievitare la disperazione. Come le avremmo accudite, nutrite, protette? Ci tolsero progressivamente il cibo. Ci ridussero alla fame. A volte erano i contadini a darci qualcosa da mangiare. Nelle torture che i poliziotti del campo avevano ideato c’era quella che non potevamo poggiare la schiena contro la spalliera, né contro il muro. Ci urlavano, ci colpivano con i loro bastoni. Mai ho visto tanto odio e ottusità.”

Nel 1946, terminata finalmente la guerra, Topazia tornò con la famiglia in Sicilia e si stabilì a Bagheria, nella monumentale Villa Valguarnera. L’anno successivo morì il padre, e Topazia prese in mano le redini dell’azienda vinicola: il rinomato vino “Colomba Platino” è infatti una sua creazione. Nonostante tutti i tentativi di salvare la “Corvo Vini” e le Cantine di Calsteldaccia dalla crisi del dopoguerra, Topazia dovette rassegnarsi a venderle nel 1959.

Ormai la pittura attiva era un capitolo chiuso; nonostante ciò, Topazia restava sempre molto impegnata dal punto di vista artistico e culturale. Da pittrice divenne gallerista e nel 1959 aprì a Roma, dove si era trasferita qualche anno prima, la “Galleria Topazia Alliata”, dedicata all’esposizione dei pittori d’avanguardia.

Morì il 23 settembre del 2015 all’età di 102 anni.

Donatella Pezzino

Immagini: dal web

Fonti:

L’anfiteatro romano di Catania

 

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Ancora oggi, l’anfiteatro romano di Catania non smette di affascinare. La porzione visibile sotto il piano stradale conferisce a piazza Stesicoro un aspetto unico, non riscontrabile in nessun altro centro urbano. Al visitatore che si affacci dalla balaustra per ammirarne i resti può risultare difficile immaginarne l’estensione originaria: con i suoi 309 metri di circonferenza esterna e un’arena di 192 metri, l’edificio è uno dei più grandi teatri di epoca romana ( il terzo dopo il Colosseo e l’arena di Verona; poteva ospitare circa 15.000 spettatori). Occupava infatti una zona molto ampia, compresa fra le odierne via Neve, via Manzoni e via Penninello, arrivando fino a ridosso delle collina Montevergine: si trovava quindi sul lato settentrionale della città, nei pressi della necropoli.

Fu costruito nel II secolo d.C.: la datazione è ancora incerta, ma le caratteristiche archtettoniche lo collocano verosimilmente fra l’età di Adriano e quella di Antonino Pio.  Nel corso del secolo successivo vennero eseguiti lavori di ampliamento che ne triplicarono le dimensioni. Fu quello, probabilmente, il periodo di massimo splendore durante il quale vi vennero rappresentati spettacoli di ogni genere: combattimenti fra gladiatori, lotte fra uomini e animali feroci e perfino battaglie navali. Tracce di materiali e sistemi idraulici ritrovati all’interno della struttura documentano infatti l’ occasionale adattamento di questo anfiteatro a naumachia: l’arena, in altre parole, veniva riempita d’acqua e trasformata n una vera e propria piscina dove si svolgevano spettacoli acquatici.

La singolarità della costruzione si esprimeva anche nell’estetica: come la maggior parte degli edifici catanesi, infatti, questo anfiteatro è stato interamente fabbricato in pietra lavica, mentre l’arena e gli spalti erano rivestiti in marmo. Il contrasto cromatico che ne derivava era davvero spettacolare: nero all’esterno, bianco abbagliante all’interno. Questa accurata ricostruzione in 3D consente di farsi un’idea:

http://catania.liveuniversity.it/2015/07/26/catania-living-lab-ecco-la-ricostruzione-in-3d-dellanfiteatro-di-piazza-stesicoro-video/

L’eruzione del 251 d.C. coprì una parte dell’edificio, assestando un primo, duro colpo alla sua integrità. Sotto l’impero di Costantino, l’anfiteatro di Catania andò incontro all’inesorabile declino di tutti gli anfiteatri del mondo romano: in questo periodo, infatti, l’influenza del cristianesimo portò le autorità a proibire i combattimenti dei gladiatori perchè ritenuti troppo violenti. Col diradarsi degli spettacoli, l’edificio cadde progressivamente in abbandono.

Alla fine del V secolo, il suo degrado era così avanzato che i catanesi chiesero a Teodorico il permesso di riutilizzarne il materiale per restaurare le mura cittadine. Solitamente restìo a consentire la demolizione dei monumenti della romanità, l’imperatore non potè far altro che prendere atto del cattivo stato della struttura. Il permesso fu accordato e l’anfiteatro, già molto malridotto, venne privato delle pietre e dei marmi.

Verso la fine del XVI secolo, la parte superiore venne demolita: la sua posizione adiacente alle mura, infatti, poteva essere sfruttata dai nemici per assediare la città. Il materiale rimosso servì da riempimento per i corridoi. Nello stesso periodo, l’edificio cominciò ad attirare l’attenzione di alcuni studiosi, come Lorenzo Bolano e Pietro Carrera, che formularono le prime ipotesi sulla sua origine. Secondo il Carrera, in particolare, la struttura sarebbe stata impiantata su un antico teatro greco; questa fonte fu poi smentita nel Settecento in seguito agli scavi dei principe di Biscari, che aiutarono a studiare l’anfiteatro in modo diretto e ad attestarne l’origine romana.

Il terremoto del 1693 danneggiò ulteriormente la costruzione riducendola a pochi ruderi; nel suo piano di riedificazione della città, il Duca di Camastra non contemplò il recupero dell’anfiteatro e lo seppellì completamente. Sopra, vi fu costruita una piazza d’armi. Il comportamento del Duca e dei suoi collaboratori non deve stupire: non esisteva ancora, all’epoca, una spiccata sensibilità verso le testimonianze del mondo classico.

Nel 1748 il principe di Biscari Ignazio Paternò Castello, archeologo e mecenate di grande prestigio, promosse i primi scavi a sue spese portando alla luce un intero corridoio e quattro archi della galleria esterna. L’ingresso di questo corridoio, visibile da via del Colosseo, alimentava nel popolo ogni sorta di leggende, spesso inquietanti: una delle più famose raccontava di una scolaresca che si era avventurata all’interno e non ne era più uscita.

Nel 1904, il sindaco De Felice assegnò all’archtetto Filadelfo Fichera il compito di effettuare uno scavo in piazza Stesicoro per riportare alla luce un settore cospicuo della struttura. Nel 1943, i suoi corridoi furono sfruttati come rifugio durante i bombardamenti; negli anni successivi rimase chiuso al pubblico per lunghi periodi a causa di alcuni presunti episodi tragici accaduti ai visitatori che tentavano di esplorarne i cunicoli. Danneggiato dalle infiltrazioni delle acque reflue delle fognature vicine, l’anfiteatro è stato poi sottoposto a risanamento e riaperto alle visite nel 1999.

Donatella Pezzino

Immagine: L’anfiteatro visibile da Piazza Stesicoro ( foto D.Pezzino)

Fonti:

-Cesare Sposito, L’anfiteatro romano di Catania. Conoscenza, recupero, valorizzazione, Palermo, Flaccovio, 2003

-AA.VV., Catania Antica, atti del convegno della SISAC ( Catania 23-24 maggio 1992) a cura di Bruno Gentili, Pisa-Roma 1996

 

 

 

 

 

La “Santa Casa di Loreto” a Catania

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Si trova all’interno del santuario di Santa Maria dell’Aiuto, nel cuore del centro storico di Catania: questa bellissima Santa Casa è stata costruita nel Settecento per iniziativa del canonico della Cattedrale Giuseppe Lauria, che l’ha offerta alla Madonna in segno di devozione.

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Un fervido culto alla Madonna di Loreto è attestato a Catania fin da tempi antichissimi: nel vecchio quartiere della Giudecca, infatti, esisteva già prima del terremoto del 1693 una cappelletta dedicata a Nostra Signora di Loreto.

Le pareti esterne del monumento sono opera dello scultore palermitano Michele Orlando; l’interno, ornato di affreschi, riproduce fedelmente la struttura originale della Santa Casa. In una nicchia è esposto un simulacro della Madonna di Loreto risalente al XVIII secolo, ricoperto dal caratteristico mantello.

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La cappella è stata recentemente oggetto di restauri che l’hanno riportata al suo splendore originario.

Donatella Pezzino

Fonte per notizie e foto: http://www.santuariomadonnaiuto.it

Il Treno-Museo di Villarosa

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Si chiama “Treno-Museo” ed è stato allestito a Villarosa, in  provincia di Enna, per riqualificare una stazione destinata alla chiusura.

L’iniziativa si deve al capostazione Primo David, che nel 1995 ha avuto l’idea originale di riconvertire un vecchio treno in uno dei più caratteristici musei dell’Arte mineraria e della civiltà contadina della Sicilia.

I vagoni di questo treno, utilizzati durante la Seconda Guerra Mondiale per la deportazione degli ebrei, hanno potuto così riscattarsi da quel loro ingrato compito: interamente restaurati, oggi ospitano mobili, suppellettili ed attrezzi d’epoca dei contadini e dei minatori locali. Agli oggetti provenienti dalle case più povere si mescolano anche arredi ed oggetti delle dimore baronali.

Uno dei vagoni è completamente dedicato alle memorie ferroviarie: al suo interno ci sono documenti, foto, telegrafo, takigrafo, lanterne e tanti altri oggetti interessanti.

L’ultimo vagone possiede rare testimonianze della dura vita degli zolfatari, con un carrello da trasporto d’epoca e tante antiche fotografie che ritraggono momenti della vita quotidiana in miniera. Un tempo, infatti, l’economia della zona si reggeva quasi esclusivamente su questa attività.

Donatella Pezzino

Fonte: http://www.museienna.it

Non offendere la Patria di Agata

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La sigla N.O.P.A.Q.V.I.E., che sovrasta uno dei portali laterali del duomo di Catania, è legata al ricordo di un evento salvifico particolarmente importante nella storia della città.

Nel 1231 l’imperatore Federico II di Sveva, tornato in Sicilia dopo una lunga assenza dovuta ad una campagna militare, trovò molte città siciliane ribelli al suo dominio. La rivolta, capeggiata da Martino Bellomo, mirava all’indipendenza delle comunità locali per istituire il modello autonomistico comunale. Per soffocare il movimento, Federico decise di punire con violenza le città più riottose, fra cui spiccavano Siracusa, Centuripe e Catania.

Nei riguardi di Catania, Federico volle una punizione esemplare: condannò a morte tutti gli abitanti, compresi le donne e i bambini. Non appena appresa la sentenza, i catanesi chiesero ed ottenero di poter assistere alla loro ultima messa in cattedrale, alla quale decise di presenziare anche il sovrano.

Durante la funzione, però, accadde un fatto straordinario: appena Federico aprì il suo libro di preghiere trovò in tutte le pagine la sigla N.O.P.A.Q.V.I.E. che un monaco benedettino tradusse in “Noli offendere Patriam Agathae quia ultrix iniuriarum est” ovvero “Non offendere la Patria di Agata perchè è vendicatrice delle ingiurie.” Molto impressionato dall’accaduto il sovrano revocò la sua decisione e risparmiò i catanesi.

Donatella Pezzino

Fonte: http://www.wikipedia.it

Foto: Giovanni Dall’Orto