Villa D’Ayala-Excelsior, il tesoro scomparso

E’ sempre triste quando una casa viene demolita. A cadere sotto i colpi delle ruspe non sono solo pietre senz’anima: viene spontaneo pensare a quante storie, a quanti momenti e a quanti sogni stanno scomparendo per sempre in quella devastazione. Se poi la casa in questione ha un particolare valore storico-artistico o, più semplicemente, è troppo bella, la tristezza si trasforma in un vuoto incolmabile, destinato a perpetuarsi nella memoria delle generazioni future. E’ il caso di Villa d’Ayala (poi Villa Excelsior), uno dei più splendidi tesori della Catania liberty.

Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti dai facoltosi conti d’Ayala, decisi a realizzare una dimora principesca in un luogo non eccessivamente lontano dal centro cittadino ma che fosse al tempo stesso tranquillo e poco trafficato. Fu scelto un sito in zona Oliveto Scammacca, oltre la piazza d’Armi, sul quadrante sud-ovest dell’incrocio tra gli attuali Viale Libertà e Corso italia.

Nella costruzione, il conte – raffinato amante dell’arte e incantato dalle nuove tendenze del Liberty e dell’Art Decò –  profuse risorse praticamente illimitate: all’opera architettonica del Lanzerotti, infatti, si affiancò quella di decoratori, stuccatori e arredatori talentuosi e alla moda chiamati appositamente dalla Francia. Il risultato corrispose pienamente alle aspettative: così il quotidiano “La Sicilia” del 13 giugno 1914 commentava l’inaugurazione della villa:

Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo , in legno noce, da dove d’intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un’illuminazione radiosa e fantastica da una miriade di lampade elettriche la cui disposizione è da sé sola un lavoro d’arte. Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dalla indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna. Larghe colonne sorreggono una passerelle o galleria tutt’intorno al salone: galleria adibita per l’orchestrina nei grandi balli o nei sontuosi ricevimenti mondani. E in questo hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri, tra cespi fragranti, tra piante ornamentali, tra palme e palmizi che vengono fuori da immensi, meravigliosi cache-pots, tra il pianoforte di mogano rosso, anch’esso armonizzante al mobilio modernissimo.

 

Alla magnificenza degli interni traboccanti di stucchi, volute, ornamentazioni, vetrate, colonne, loggiati, marmi, bronzi, arredi preziosi e oggetti di grande valore, faceva riscontro la straordinaria bellezza di un giardino con palmizi e piante rare. La casa aveva un piano terreno e due sopraelevati: lucernari e grandi finestroni la riempivano di luce, offrendo una splendida vista sull’Etna e sul mare. Si era in piena Belle Epoque: oltre a godersi la pace suggestiva del sito, i proprietari amavano quindi, come tutte le persone del loro ceto, condurre una vita mondana e sfarzosa.

Poi, un giorno, improvvisamente, la tragedia: la figlia minore dei conti, una bimba di appena quattro anni, sfugge alla sorveglianza della governante e si arrampica fino ad un lucernario. Il vetro cede e la piccola precipita nel salone sottostante, morendo nell’impatto. I genitori, sopraffatti dal dolore, trovano in fretta un compratore e abbandonano per sempre il luogo meraviglioso che aveva distrutto le loro vite.

Villa d’Ayala divenne così proprietà del barone Fisauli che la rivendette successivamente ai fratelli Pappalardo, esponenti della nuova borghesia catanese. I Pappalardo trasformarono l’edificio in un lussuoso caffè-ristorante-dancing. Negli anni Trenta, il piano terra del fabbricato fu ceduto al RACI (Reale Automobil Club d’Italia). Negli anni del secondo conflitto mondiale, la villa fu requisita dai tedeschi e dagli inglesi e subì, come è facilmente immaginabile, razzie e danneggiamenti di ogni tipo. Tornatone in possesso dopo la guerra, il dott. Alberto Pappalardo fece tutto il possibile per riparare i danni, attrezzando i saloni per feste e ricevimenti e cambiandole il nome in Villa Excelsior.

Ma questa rinascita era destinata a non durare. Negli anni successivi, la dimora passò all’Aeroclub, al Club Calcio Catania, al Circolo Rossazzurro; infine, nel 1958, fu consegnata alle ruspe e vergognosamente demolita, mentre la modernità avanzava a grandi passi trasformando il luogo ameno di un tempo nella trafficatissima zona che è oggi. Al suo posto fu eretto il palazzone di cemento armato destinato ad ospitare l’agenzia n.1 della Banca Commerciale Italiana.

Donatella Pezzino

Foto:

1 – Villa d’Ayala e villino Simili (oggi anch’esso non più esistente) da cataniagiovani.wordpress.com

2- Villa d’Ayala, interno, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

3- Villa d’Ayala, ritratto della contessa nel salone, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

4 – Villa d’Ayala, interno, da Wikipedia

5 – Villa d’Ayala vista da via Alberto Mario (da Catania romantica, di Lucio Sciacca)

6 – Villa d’Ayala, prospetto, 1914 (da Vecchie foto di Catania, a cura di Salvatore Nicolosi)

Fonti:

  • Salvatore Nicolosi (a cura di), Vecchie foto di Catania. Trecento immagini riprese da vari autori fra il 1865 e il 1915, Catania, Tringale Editore, 1985, vol.1
  • Lucio Sciacca, Catania romantica, Vito Cavallotto Editore, 1979.

     

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Villa Cerami

Villa Cerami, oggi sede della Facoltà di Giurisprudenza di Catania, è una delle dimore antiche più belle e sontuose del capoluogo etneo. Situata alla fine della suggestiva via Crociferi, in una posizione stupenda dal punto di vista storico e panoramico, fu costruita pochi anni dopo il catastrofico terremoto del 1693 sullo “sperone del Penninello”, accanto agli antichi quartieri di Montevergine e Santa Marta; da lì si dominava tutta la città e, cosa ancora più interessante, le antiche rovine di epoca romana. Sembra che il primo proprietario sia stato addirittura il duca di Camastra, personaggio di primo piano nella ricostruzione catanese post-terremoto. Camastra avrebbe poi venduta la villa al duca di San Donato.

L’edificio prende il nome dalla famiglia dei principi Rosso di Cerami, che nei primi decenni del Settecento lo acquistarono dagli eredi del San Donato e lo sottoposero a lavori di ampliamento e abbellimento. Così come lo vediamo oggi, il complesso è la risultante della stratificazione di diversi stili: dal barocco iniziale (evidente soprattutto nello scalone esterno e nel portale d’ingresso, forse opere di Giovan Battista Vaccarini) al neoclassico, fino ai rimaneggiamenti tardo-ottocenteschi del milanese Carlo Sada, uno degli architetti “alla moda” della Catania Liberty.

Completamente immersa in un giardino caratterizzato da una straordinaria varietà di specie vegetali, la villa è ancora oggi un piccolo polmone verde nel cuore del centro cittadino.

Tra i suoi angoli più suggestivi, la grande terrazza dalla quale si può godere di una stupefacente vista sulla città e sul mare. Nel 1881 la villa ospitò re Umberto e la regina Margherita: in loro onore si diede un ricevimento con un ballo, riconvertendo allo scopo una sala adibita a cappella (oggi, l’Aula Magna della Facoltà). Per l’occasione, il grande affresco di Olivio Sozzi sulla volta – raffigurante un soggetto religioso – fu coperto con una cappa di gesso, sulla quale venne riprodotta l'”Aurora” di Guido Reni.

Agli inizi del Novecento cominciò per Villa Cerami un progressivo degrado. Negli anni Trenta, alcuni locali della villa furono occupati da un istituto scolastico: i preziosi arredi ne furono irreparabilmente danneggiati e molte inestimabili opere d’arte andarono perdute. Agli inizi degli anni ’50, una parte del giardino fu alienata e vi fu costruito un edificio a più piani. Nel 1957, l’intero complesso fu acquistato dall’Università di Catania che ne iniziò il restauro. Molte delle sue parti sono state conservate e sistemate, altre sono state modificate: tra le opere rimaste c’è lo scalone interno a due rampe realizzato dal Sada.

E’ interessante notare come, a dispetto delle modifiche che ne hanno stravolto l’aspetto originario, l’esterno e gli ambienti interni riescano ancora a mantenere intatta l’atmosfera di lusso e di sontuosità.

Tracce dell’antica maestosità sopravvivono, in particolare, nella bellezza del portale d’ingresso, nel quale l’abbondanza di fregi e decori culmina nel grandioso stemma della casata Rosso sulla sommità.

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Donatella Pezzino

Tutte le foto sono dell’autrice.

Fonti: